domenica 25 giugno 2017

Il Morto 28: Araldica

Datato maggio 2017, uscito solo adesso a fine giugno. Ma l’importante è che sia arrivato.
Questo nuovo episodio de Il Morto è un thriller vagamente gotico sulla falsariga di Dieci piccoli indiani: Peg contatta un altro dei suoi ex commilitoni che ora è costretto su una sedia a rotelle e parte con lui e sua sorella alla volta del maniero di famiglia dove verranno lette le ultime volontà del Duca Armando Chieresi Della Rocca. Coerentemente con gli stereotipi del genere, gli eredi vengono eliminati uno dopo l’altro in circostanze misteriose e il gioco a cui anche il lettore è chiamato a partecipare è indovinare l’identità dell’assassino tra i parenti e gli altri convenuti al castello.
Araldica ci offre un buono squarcio sul passato di Peg, che spero non sia solo episodico ma possa smuovere un po’ di più le acque (il prossimo episodio sarà ambientato in Egitto: vedremo come evolverà la situazione); a livello di sceneggiatura Giovacca alterna una bella e originale sequenza come quella iniziale al bar, dove l’amico di Peg riesce a portar scompiglio anche se si trova su una carrozzina, con la trovata più scontata e demodé del Barone Giustino che si esprime in maniera forbita anche nelle circostanze più tese.
Con tutta questa carne al fuoco e tutti i personaggi coinvolti è inevitabile che le 110 pagine dell’episodio risultino un po’ strette: confesso che ho dovuto sfogliarmi di nuovo l’albo per capire chi era l’assassino, visto che il poco spazio a disposizione ha impedito di approfondire i singoli attori della storia e imprimerli così nella memoria del lettore. Meglio questa impressione di straripante ricchezza confinata in poche pagine, comunque, rispetto a quella di leggere una storia annacquata.
I disegni di Marco Boselli si mantengono sui consueti ottimi livelli, anche stavolta è coadiuvato alle chine dalla new entry Ivano Codina che a volte tende a fare il volto di Peg troppo duro – cosa che di per se non è un difetto ed è coerente col personaggio. Ho notato una certa profusione di “effetti speciali” come l’approssimarsi del temporale a pagina 52 o i virtuosismi automobilistici delle pagine 43-47. Non so se siano da attribuire ai disegnatori piuttosto che allo Studio Telloli, comunque la resa è molto efficace.
In appendice viene presentata Il Duca De L’Omelette, una riduzione da Edgar Allan Poe: Giovacca ha scritto di meglio ma comunque il risultato è simpatico (e in ogni caso era vincolato al testo di partenza), il disegnatore Gioele Vimercati pur dimostrando senz’altro delle doti risulta legnosetto e anche occasionalmente impreciso in certi dettagli.

sabato 24 giugno 2017

E invece... !

Non si trattava di chiusura ma di un sempice ritardo di tre mesi e mezzo (almeno formalmente, poi nelle gerenze scrivono quello che vogliono).
Certo che quelli della RW Lion proprio non hanno idea di come si vada a capo nella lingua italiana.

mercoledì 21 giugno 2017

Tif e Tondu l'Integrale 1949-1954

Nonostante la mole del volume (364 pagine) e l’oggettiva vetustà del fumetto, l’Integrale di Tif e Tondu si legge con rapidità, malgrado gli ultimi due episodi siano oltretutto organizzati su cinque strisce invece delle canoniche quattro. Merito senz’altro di una parte grafica sintetica e priva di orpelli, ma anche di storie semplici e divertenti, in cui evidentemente gli sceneggiatori navigavano a vista inventandosi colpi di scena anche improbabili per portare avanti le trame.
Tif e Tondu nasce nel lontano 1938, ma la serie non si chiama ancora così: coerentemente con la moda dell’epoca, il creatore Fernand Dineur si inventa le Aventures de Tif che compaiono sin dal primo numero di Le Journal de Spirou. Tondu arriverà comunque poco dopo e insieme i due vivranno varie avventure caratterizzate da uno stile grafico che può ricordare quello di un Antonio Rubino che cerchi maggiore realismo, in un’epoca in cui il mestiere di fumettista era più che altro un sistema per arrotondare le entrate da rappresentante di birra di Dineur. Anche per le precarie condizioni economiche che l’editore impone ai suoi collaboratori (quelli che non sono ancora delle vedette, almeno), Tif e Tondu ha una vita editoriale piuttosto travagliata, come ricordato nel dossier che apre il volume.
Finalmente, nel 1951 la serie passa ai disegni di Will, collaboratore e allievo di Jijé, mentre Dineur impone solo la sua presenza come sceneggiatore – ma si stuferà presto anche di quello, essendo probabilmente il commercio di birra più redditizio.
Ad aprire le danze è una storia di 32 tavole che all’epoca rimase nel cassetto, e che viene proposta in versione anastatica riprendendo un’edizione francese. Il tratto di Will (che aveva “rischiato” di disegnare nientemeno che Il Granchio d’Oro di Hergé se non gli fosse arrivata questa proposta) si discosta da quello di Dineur per una maggiore scioltezza ed espressività, in sostanza per una matrice più umoristica e caricaturale. Perlomeno, confrontando le sue tavole con i pochi esempi dell’arte di Dineur sparsi nell’introduzione.
Tif e Tondu sono due amici che si differenziano solo perché il primo è glabro e pelato e il secondo sfoggia invece una chioma puntuta e un discreto barbone. Per il resto, graficamente sono uguali: due uova con le gambette. Caratterialmente, l’osmosi è ancora più accentuata: non sono uno collerico e l’altro riflessivo, né uno ingenuo e l’altro scaltro, ma queste indoli saranno intercambiabili nelle storie a seconda della necessità delle situazioni. In teoria sarebbero dei detective (anche se Tondu si definisce reporter in un episodio), ma in generale sembra che tirino a campare come meglio possono, svolgendo vari lavori tra cui quello più caratteristico (e generoso di gag) è il piazzista di aspirapolvere. Entrambi nutrono una certa brama di possesso che li porta a desiderare automobili potenti, imbarcazioni e persino scafandri da palombaro, ma in ottemperanza ai precetti morali de Le Journal de Spirou queste loro smanie capitaliste sfumeranno davanti al loro buon cuore che li porterà a fare cospicue donazioni ai bisognosi al termine di molte avventure.
La prima avventura “ufficiale” con Will ai disegni è La Città dei Rubini, una piacevole sarabanda di situazioni esotiche che dopo una partenza un po’ stentata offre delle gag esilaranti nelle sue 30 tavole. L’episodio successivo, La Rivincita di Arsenio Rupin, è la diretta prosecuzione della precedente storia e, mischiando l’esotismo con le storie di mala (ma spruzzando il tutto con molto moralismo), risulta ancora più divertente dell’avventura precedente, di cui condivide la durata.
San Salvador è una storia di 15 tavole in cui i protagonisti sono coinvolti in un divertente, per quanto improbabile, complotto in America Latina e col successivo episodio Il Fantasma delle Lagune di 20 tavole (dalla trama ben più originale e ben sviluppata, inoltre qui il moralismo diventa fonte di gag) costituisce il volume Tif et Tondu en Amerique Centrale. Per la ristampa sull’Integrale è stato scelto di riproporre le precedenti edizioni in volume con tanto di gerenze, frontespizi ed elenco arretrati originali: da una parte questa scelta può spiazzare il lettore che potrebbe avere l’impressione di trovarsi davanti a delle semplici raccolte (come quelle cartonate de Le Avventure della Storia), dall’altra ha un piacevole retrogusto vintage e si fa apprezzare per lo scrupolo filologico.
La Villa “Sans-Souci” è il primo episodio progettato per la durata classica di 46 tavole. Dineur getta la spugna a un certo punto, e come sostituto subentra Henri Gilain, fratello di Jijé, con lo pseudonimo di Luc Bermar. La storia, una vicenda di contrabbandieri di alcol che ruota attorno a una villa dove risiedono i protagonisti, è divertente e trae senz’altro beneficio dalla durata più lunga del solito.
Il Tesoro di Alarico ha le stesse dimensioni de La Villa “Sans-Souci” e Gilain è ancora più scatenato che in precedenza. Come suggerito dal titolo, il duo è alla ricerca del tesoro del primo re dei Franchi, in trasferta in una Calabria a cui non risparmia parecchie stoccate razziste!
Infine, Oscar e i suoi Misteri (scritto da Albert Desprechins dopo che Gilain aveva abbandonato la scrittura per contrasti con l’editore che gli aveva rifiutato un soggetto) è una storia ben architettata in cui un pappagallo parlante aprirà a Tif e Tondu la possibilità di entrare in possesso di un fantomatico tesoro, anche arrivando a fare da domestici nella casa della precedente proprietaria. Per quanto divertente e abbastanza originale, la trama sembra chiudersi in maniera un po’ semplicistica e affrettata e non credo che l’aggiunta di altre tavole alle 40 di cui si compone avrebbe permesso a Desprechins (che si firmava Ben) di sbrogliare più di tanto una matassa un po’ troppo ingarbugliata.
Nel corso della lettura risulta evidente la lenta ma costante evoluzione di Will, che lo porta già in San Salvador a uno stile morbido ed elegante. Non dico che certe vignette sembrino disegnate da Yves Chaland, ma ci manca veramente poco.
Come scritto in apertura, Will non si perde troppo nei dettagli e negli sfondi, ma quello che deve essere evidenziato in ogni vignetta viene reso con la dovuta dovizia di particolari. Will sembrava avere una certa ossessione per la Coca-Cola, che declina anche in versione parodistica in alcuni cartelloni pubblicitari nei rari scorci urbani. Da notare che la sua raffigurazione delle donne non è stereotipata, ma offre un vasto campionario di tipologie femminili, sempre virate sull’umoristico ma talvolta somiglianti a vere pin up.
Il dossier d’apertura di questo Integrale è ricchissimo e soprattutto non contiene spoiler. Apprendiamo da quelle pagine che il decollo della serie avverrà con l’arrivo dello sceneggiatore Rosy e l’introduzione di un arcinemico per la coppia. Quindi forse sarebbe stato meglio cominciare la pubblicazione con quelle storie piuttosto che con quelle più vecchie, come fatto per gli Integrali di Spirou, ma va bene anche così dato il carattere appunto “archeologico” di questo Integrale che interesserà di più i filologi del fumetto franco-belga che non i suoi semplici appassionati.
Da segnalare, cosa praticamente unica per un Integrale della Nona Arte (almeno di quelli che ho io) che la stampa non sempre è ottimale, rifacendosi probabilmente a fonti che già di partenza si basavano su materiali rovinati.

lunedì 19 giugno 2017

Providence 3

Si conclude l’opera-monstre di Moore dedicata a Lovecraft. Un bellissimo fumetto, ma non il capolavoro che avrei voluto mettere nel Meglio del 2017 (che per la cronaca al momento contempla solo tre titoli risicati).
La vicenda di Robert Black termina nel decimo numero della saga, con una validissima spiegazione degli eventi in cui tout se tiens, che dimostra per l’ennesima volta l’abilità di architetto dello sceneggiatore, ma in cui forse il pathos è un po’ mancato e tutto sfiorisce più che concludersi. Ottima la trovata per cui l’elzeviro di Black diventa un McGuffin fondamentale per la parte successiva, ma la sorte del protagonista è stato un anticlimax micidiale e forse un po’ ingiustificato per quanto anticipato dalle sue ultime annotazioni.
L’undicesimo capitolo è quasi un corollario a tutto quanto letto in precedenza, un po’ come Dance of the Gull-Catchers lo fu per From Hell. È qui che il destino di Black si compie definitivamente, anche se il bandolo della matassa era già stato sciolto nell’episodio precedente. Il paragone con From Hell non regge poi molto perché qui Moore ha preferito uno stile frammentario piuttosto che narrativo, ma in fondo anche qui ha voluto esplicitare la sua poetica. A tal riguardo, segnalo che nella carrellata di influssi sulla cultura e sulla società Moore è stato un po’ avaro di segnalazioni di giochi di ruolo e videogame, per fortuna a suo tempo ci pensò Matteo Poropat.
Benché il dodicesimo capitolo sia formalmente la conclusione di Providence, in realtà lo è ancor di più del precedente Neonomicon, che a sua volta prendeva le mosse da Il Cortile, opera in prosa di Moore ridotta a fumetti da Andrew Johnston. Se il lettore non conosce queste due opere precedenti è probabile che rimanga perplesso davanti al finale, in cui agiscono dei personaggi che non sono mai apparsi prima in Providence, e in cui la storia si trasforma in una sorta di action movie lisergico (con assai poca azione, a dir la verità) dalla raffinata esercitazione letteraria che era fino al decimo capitolo.
In definitiva, Providence è stato una lunga dichiarazione d’amore per l’opera di Lovecraft, in cui  Moore ha fatto sfoggio di una documentazione sterminata e in cui lo stesso Lovecraft ha avuto un ruolo pienamente giustificato dalle stesse ricerche fatte. Come nelle migliori cose scritte da Moore, anche in questo caso la soluzione era evidente e gli elementi per decifrare la storia erano stati posizionati con maestria ed eleganza nei capitoli precedenti (a saperli cogliere, ovviamente). Anche le molteplici variazioni dei nomi lovecraftiani sono giustificate dal principale twist della saga, in cui vengono rivelate le identità dell’Araldo e del Redentore.
Moore è stato inoltre bravo come al solito a collegare le molteplici sottotrame, ma stavolta alcune (tante) cose che sembravano importanti non hanno poi avuto seguito: che ruolo ha avuto il massone Albert Pike che si vede nell’ottavo episodio? Che rito fanno le donne che si vedono all’inizio e alla fine del decimo episodio? La donna deforme che compare all’inizio dell’undicesimo capitolo è la madre di Carcosa vista ne Il Cortile? Qual’era la tavola anticipata all’inizio del quarto episodio? I riferimenti al nazismo non vanno poi oltre agli accenni nel terzo capitolo – e io che mi ero fatto tutta una teoria sull’“Araldo”…
E poi ci sarebbero altri aspetti del fumetto che a me personalmente sono sembrati quanto meno esornativi ma dalla sostanza incerta. La metanarratività estrema con i personaggi che sono consapevoli di far parte di una storia e si interrogano sul loro ruolo in essa è diventata un po’ stucchevole. Il birignao che Moore si inventa per i suoi personaggi più strambi (e qui sono tanti) dopo un po’ è insopportabile. L’armata Brancaleone che chiude la storia francamente mi è sembrata propendere troppo verso il brillante, se non proprio verso il parodistico e il comico tout-court ma, Cthulhu non voglia, spero che fosse proprio questo l’intento di Moore.
Le parti più dense, illuminanti e piacevoli risultano alla fine quelle in prosa: bellissimo il lavoro antropologico sull’origine dei miti delle popolazioni (e le ipotesi sulle possibili origini dei Miti di Cthulhu mi sono sembrate assai credibili), così come è rivelatore il discorso sull’effetto magico della letteratura, concetto che aveva avanzato scherzosamente anche Amelie Nothomb – ma forse alla luce delle considerazioni di Black/Moore era seria quando diceva di bandire i testi sacri.
Ma anche le parti in prosa non scritte da Moore sono interessanti. La postfazione di Rosanas, a dire il vero, sembra più che altro voler nobilitare la saga con rimandi ad Aristotele e Hegel, ma il pezzo di Leonardo Rizzi sulla difficoltà nella traduzione di Moore (e di Providence in particolare) è una lettura illuminante.
I disegni di Jacen Burrows si mantengono ai soliti buoni livelli, ma mi è sembrato che stavolta le sue posture fossero occasionalmente più rigide e meno espressive. Cosa più che giustificata, e che comunque non toglie nulla al lavoro complessivo: Burrows si è imbarcato nella tremenda ordalia di rappresentare nelle stesse tavole gli stessi sfondi con elementi diversi di vignetta in vignetta, una prova massacrante che solo il fatto di lavorare con Moore poteva giustificare.
Ripeto: Providence non è un capolavoro, ma è senz’altro un ottimo fumetto. E a furia di ripeterlo magari riuscirò a convincermene.

venerdì 16 giugno 2017

Yoko Tsuno l'Integrale 4: Vinea in pericolo

Il quarto Integrale di Yoko Tsuno (quarto come ordine di uscita uscita per Nona Arte e anche quarto nella cronologia di riferimento) ha un’ambientazione che non è tra le mie preferite, ma ciononostante le storie sono piacevoli e coinvolgenti come sempre. Inoltre i volumi qui raccolti sono l’ottavo, il decimo e il tredicesimo, quindi graficamente ci troviamo nel periodo a me più congeniale: distaccatosi dagli stilemi caricaturali degli esordi, Leloup non aveva ancora raggiunto la sua leziosità filiforme.
Ne I Titani Yoko, Vic e Pol sono chiamati su Vinea per indagare sulla inspiegabile apparizione di piante di palude sul pianeta, accompagnata dal ritrovamento di un resto organico che farebbe supporre un’invasione da parte di una forma di vita insettiforme. In effetti lo scenario è abbastanza simile a quello immaginato, ma con una svolta inaspettata che rimescola le carte in gioco e toglie ogni possibilità di identificare univocamente i “buoni” e i “cattivi” – come scritto con dovizia di particolari nell’introduzione. I Titani si conclude con un richiamo all’ideale di pacifismo e fratellanza cosmica che caratterizza Yoko Tsuno, ma che alla fine diventa ridondante.
La Luce d’Ixo non è precisamente ambientata su Vinea ma su una sua luna. Stavolta il trio indaga sull’origine del raggio di luce che appare a intervalli regolari nel firmamento, e che nasconde un’incredibile storia di oppressione e di faide ancestrali – anche queste anticipate dall’introduzione.
Per finire, Gli Arcangeli di Vinea racconta di un’esplorazione sottomarina (il pianeta ha una geografia tutta in divenire, anche per permettere a Leloup di inventarsi quello che gli fa comodo di volta in volta) per risalire al mistero di un’antica città vineana. L’episodio si segnala per una bellissima figura di antagonista, per la dimostrazione di risolutezza di Yoko Tsuno e per il vago interesse che la protagonista dimostra finalmente per un esponente dell’altro sesso, destinato però a non concretizzarsi per i motivi dettagliatamente spiegati nell’introduzione. Forse il finale è un po’ affrettato e nelle ultime 5-6 tavole c’è un’accelerazione esagerata, ma questa frenesia alla fine è anche piacevole.
Leloup ha uno stile di scrittura molto appassionante: le avventure seguono una struttura simile per cui nelle prime pagine vengono presentati tutti gli elementi del mistero per fare montare la tensione, che si scioglierà poi con calcolata maestria un po’ prima della ventesima tavola – leggere Yoko Tsuno a puntate sul settimanale Spirou doveva veramente tenere col fiato sospeso!
Il suo technobabble funziona anche con le trovate meno probabili (un insetto gigante non potrebbe esistere comunque, perché la trachea sarebbe inutilizzabile) e le sue storie sono miniere di concetti originali e ottime trovate, che seppur io preferisca vedere in ambientazioni più canoniche vanno benissimo anche su Vinea.
I suoi personaggi sono molto interessanti, sia gli antagonisti che le figure di contorno, e praticamente sono quasi esclusivamente donne, ma mai stereotipate (a partire dalla protagonista). I suoi décors e i mezzi tecnici che disegna sono sempre curatissimi e tanto dettagliati da mozzare il fiato; ancora una volta, però, io trovo che funzionino di più in un contesto realistico piuttosto che sul mondo alieno di Vinea, dove l’ambientazione già fantasiosa toglie un po’ di sense of wonder.
Il difetto di questi Integrali è che non presentano molto materiale esclusivo come schizzi inediti et similia e che i redazionali sembrano girare un po’ a vuoto concentrandosi sulle storie e finendo per inanellare uno spoiler dietro l’altro. È anche vero che rispetto a Spirou, Barbarossa e Tif e Tondu la serie di Leloup è molto più recente e quindi anche gli aneddoti da raccontare sono limitati, oltre al fatto che essendone l’unico autore non si possono approfondire le biografie di collaboratori inesistenti né ricostruire le dinamiche di uno studio che non si è mai costituito. Le note biografiche e le curiosità si sono praticamente esaurite con il primo volume.
A chiudere questo volume non ci sono però solo i soliti ingrandimenti delle vignette e le prove di colore (Leloup aveva la pazienza di un certosino a colorare a matita le tavole…) ma anche un recupero più interessante: la riproduzione di una copertina (con le varie fasi di lavorazione: matita, china e colori) che, realizzata per una fanzine prima ancora che nascesse Yoko Tsuno, anticipa le tematiche e i personaggi de I Titani.
Un pinailleur: la struttura dell'edificio cambia forma da una vignetta all'altra!
En passant, a Lucca 2016 avevo chiesto allo stand Nona Arte come stesse andando la serie degli Integrali di Yoko Tsuno e mi era stato risposto che non andavano bene e che erano altre le serie che vendevano. Zitti zitti, però, quelli di Nona Arte hanno già pubblicato quattro volumi sugli otto da programma (ma penso che un nono sarà imminente in Francia), quindi immagino che tanto male non vada.

giovedì 15 giugno 2017

Historica Biografie 2: Mao Zedong

Piuttosto deludente questo secondo numero dello spin-off di Historica. Di Mao Zedong si parla quasi incidentalmente, essendo la scena occupata dalla Grande Sorella Deng Yingchao che ricostruisce con opportuna discrezione la storia della Cina comunista davanti a un pubblico di giovani funzionari attoniti nell’apprendere le verità dietro la propaganda. L’input della vicenda viene dato dai funerali di Zhou Enlai, marito di Deng, che tanto strettamente collaborò con Mao (finendo di conseguenza nel suo mirino).
Jean-David Morvan e Frédérique Voulyzé hanno scritto una sceneggiatura frammentaria e dispersiva, con parecchi salti temporali (anche se di pochi anni) in avanti o indietro, farcendo le vignette di note a piè di pagina che rallentano la lettura, soprattutto nella prima parte.
La cosa che lascia perplessi è che molti degli episodi salienti della Lunga Marcia e della Rivoluzione Culturale avrebbero potuto fornire ottimo materiale di partenza per un fumetto impostato in maniera classica (così come effettivamente ne hanno fornito per molti romanzi), mentre vengono solo accennati e trattati sommariamente, a causa dello spazio ridotto e della necessità di comprimere le vicende nelle canoniche 46 tavole di un albo franco-belga. Certo: la materia è vastissima, l’aneddotica si mischia alla Storia e la Storia stessa non è univocamente chiara viste le censure operate dal governo cinese e la difficoltà nel reperire documenti. Ma ciò non basta a giustificare gli sceneggiatori, che oltre che caotici e insipidi si sono rivelati anche disattenti: se la vicenda è ambientata nel 1976, alcuni mesi prima della morte di Mao, come fa Deng Yingchao a citare un evento che succederà nell’84?
Si salvano la raffigurazione estremamente realistica e disincantata del luciferino Mao Zedong e l’ironia che affiora nelle reazioni dei giovani funzionari davanti alle rivelazioni di Deng. E nell’ultima tavola, vivaddio, c’è un po’ di pathos, ma è solo una pagina su 46.
Ai disegni Rafaël Ortiz non fa una figura migliore: essendosi basato massicciamente su fotografie, gli basta poco per rovinare l’insieme con una mascella spostata un po’ all’infuori, con un occhio non in linea con l’altro, con una sproporzione nelle dimensioni di un busto. Inoltre il suo tratteggio pesante e nervoso non è molto gradevole da vedere e in molti primi piani i personaggi diventano quasi mostruosi, mentre i dettagli degli sfondi sono a volte (non molte, a dire la verità) solo abbozzati.
Alla fine la parte migliore di questo volume è quella redazionale a cura di Jean-Luc Domenach, da cui però emergono discrepanze con quanto letto nel fumetto – mi è saltata subito agli occhi la differenza di età tra Mao e la sua prima moglie: quattro nel fumetto, sei nel testo.

mercoledì 14 giugno 2017

Quanti altri lo avranno comprato?

Immagino in pochi. Ma se NonaArte pubblica materiale così di nicchia evidentemente le sue proposte (alcune, almeno) devono aver centrato il bersaglio.

martedì 13 giugno 2017

Cico a spasso nel tempo 1: Mai dire Maya

Con un titolo-calembour del genere è stato spontaneo dare fiducia alla nuova miniserie Bonelli, e in effetti la lettura vale abbondantemente i 3,50 € del biglietto.
Seguendo un canovaccio classico (ne esistono pure declinazioni pornografiche), Cico si ritrova a viaggiare nel tempo a causa della sua maldestra curiosità che lo ha fatto azionare un artefatto maya. Questo primo numero si svolge nella Grecia classica, dove Cico viene “adottato” da Socrate e finisce invischiato in un tentativo di omicidio ai danni di Pericle.
Tra citazioni classiche niente affatto banali (le note finali spiegano chi era Santippe a beneficio dei lettori che non abbiano fatto il Liceo Classico) e rare frecciatine alla realtà sociale odierna, Faraci inanella una serie ininterrotta di gag farcendo i dialoghi di sarcasmo e giochi di parole.
Forse questa frenesia umoristica è dovuta al formato originario che probabilmente aveva questo progetto: è evidente infatti che si tratti di due episodi di una trentina di tavole (forse pensati per qualche albetto allegato?) fusi insieme, visto che a metà del fumetto viene riassunta nuovamente la storia – e l’attacco non è nemmeno del tutto coerente visto che i manovali prima erano divertiti dalla sparizione di Cico per poi esserne terrorizzati.
Ai disegni Walter Venturi fa un lavoro egregio: pur se di matrice solidamente realistica, è riuscito a inserire qua e là degli accenni caricaturali (non molti) che ben si sposano con il tono della miniserie. La gag del pesce è fenomenale, anche se chiaramente beneficia dei tempi comici imposti da Faraci, che la anticipa con calcolata naturalezza nell’ultima vignetta di pagina 37 per farla deflagrare in quella successiva.
In appendice ci sono la rubrica di approfondimento Il Serio e il Faceto curata da Faraci e La Comica Finale, una pagina in cui un fumettista umoristico (che sarà diverso per ogni numero) omaggia Cico: per questa prima uscita è stato Sio. C’è inoltre anche un inserto in cartoncino che riproduce la copertina del primo Speciale di Cico.
Il formato è differente dal classico bonelliano, e così a occhio mi sembra un 17x24. La colorazione non toglie né aggiunge molto alle tavole di Venturi (Pericle sarà stato veramente così scuro di carnagione o è stato scelto di colorarlo in tal modo per farlo risaltare di più?) ma stavolta la carta non patinata si adatta bene al personaggio restituendo un certo sapore vintage.
Il prossimo numero ha un titolo ancora più esilarante: Unno per tutti, tutti per unno!

domenica 11 giugno 2017

Sarà vera gloria? Ai posteri...

Ci avevo riposto molte speranze, ma arrivati al quinto episodio si intuisce appena la direzione che prenderà questa serie. Finora i singoli episodi si sono basati sullo stesso schema: il protagonista si ritrova di volta in volta in un ambiente diverso dove parla con gli animali locali che sono sin troppo didascalici nel descrivere le loro caratteristiche.
Ma forse, al termine di quello che immagino essere il primo volume, la storia ha trovato il suo senso e la trama verso cui tenderà in futuro. Speriamo bene. I disegni, comunque, sono molto buoni.

venerdì 9 giugno 2017

...

Adoro le collane come Marvel Universe, Marvel Mix, Marvel World, Marvel Qualsiasialtraroba. Per una manciata di euro permettono di leggere un bel po' di roba, almeno 4 comic book al colpo, occasionalmente su buona carta e stampati bene.
Poco importa se poi nei fatti il fumetto in sé è poca roba, l'impressione di aver fatto un affarone basta a farmi produrre endorfine. È capitato con il recente Marvel Miniserie 184 che raccoglie la miniserie in quattro episodi Death of X e il numero 0 di Inhumans Vs. X-Men. Il fumetto in sé non è affatto male (valida costruzione della tensione, nessuna battuta scema, bei disegni) ma stavolta non mi ha offerto il destro per un post-pinailleur. Me lo sono spulciato varie volte per vedere se qualche personaggio cambiasse acconciatura o costume di vignetta in vignetta, o se ci fossero errori nei testi, ma non ho trovato niente!
È stato comunque piacevole vedere che i brossurati economici da edicola della Panini continuano a uscire[http://lucalorenzon.blogspot.it/2017/03/e-solo-una-mia-impressione.html], seppur diradati rispetto al passato, tanto più che questo La Morte di X è composto da cinque comic book che in alcuni casi sfiorano le 30 pagine e quindi il prezzo di 6 euro è piuttosto vantaggioso.
Niente male, insomma, per un volumetto che ho preso principalmente per sopperire alla latitanza dell’ultimo Martin Mystère, annunciato proprio per oggi.

giovedì 8 giugno 2017

Giuseppe Bergman Integrale Volume 2

Della pessima resa dei colori in Indian Summer avevo già avuto modo di lamentarmi.
La colorazione del secondo Integrale di Giuseppe Bergman non è altrettanto deludente, ma mette comunque impietosamente in risalto i limiti delle tecnologie moderne, o forse della creatività di chi le usa. In pratica ognuno dei tre episodi qui raccolti fornisce un esempio concreto di un difetto specifico della computer grafica: quelli realizzati da Luca Saponti per Sognare, forse… (ma perché ribattezzare la storia Le Avventure Orientali?) sono di una freddezza disarmante e il fatto che cerchi di simulare l’uso di tecniche analogiche finisce per renderli ancora più freddi e artefatti: a pagina 101 vediamo che in alto a destra nelle vignette viene ripetuto LO STESSO IDENTICO PATTERN a simulare l’uso degli acquerelli, che si può riscontrare anche altrove con colori diversi! Ci sarebbe da ridere, se non ci fosse da piangere.
Annalisa Leoni dal canto suo in A Riveder le Stelle appiattisce tutto il lavoro di mezzatinta che Manara aveva realizzato per quell’opera (che possiedo nella versione francese della Casterman con serigrafia allegata: mi chiedevo infatti da anni come avrebbero tradotto in italiano «Amour et Argent», e semplicemente non l’hanno tradotto). Per poter amalgamare i suoi colori con la colorazione preesistente, perché Manara in questo episodio non si era limitato a sfumare l’inchiostro ma aveva abbozzato dei blandi colori in certi dettagli, ha dovuto sottoporre le tavole a più passaggi di lavorazione informatica che hanno finito per indebolire il tratto di Manara.
Sempre la Leoni in L’Odissea di Bergman, quello dalla resa in assoluto migliore, cede alle lusinghe degli effettini finendo così per vanificare il lavoro dignitoso che aveva realizzato: i riflessi della luce sul mare sono squisitamente kitsch, tanto per limitarmi a un esempio macroscopico (dopo un po’ i raggi di luce non si notano nemmeno più visto che sono dappertutto).
Io non ho nulla contro i due coloristi, che probabilmente nel loro settore sono delle eminenze (sono sicuro di aver già letto il nome della Leoni da qualche altra parte): semplicemente hanno fatto quello che hanno potuto con i mezzi che sono stati concessi loro, forse con un budget che richiedeva tempi stretti e senza alcuna formazione accademica alla base. Tanto, ormai, quasi tutti i fumetti vengono colorati col computer e il lettore non ci fa più caso – ma dubito che i lettori moderni non coglieranno la differenza tra il lettering manuale di Sognare, forse… e quello meccanico degli altri due episodi. È proprio lo strumento che ha dei limiti che, finora e almeno in queste circostanze, risultano invalicabili.
Il volume di per sé è comunque bello. Il formato, in quest’epoca di miniaturizzazioni indiscriminate, sarà un 25x35 o giù di lì. Cartonato e stampato su patinata lucida, offre in appendice delle splendide illustrazioni di Manara con cui rifarsi gli occhi dopo i toni lividi di Saponti e il flou della Leoni. Si sente un po’ la mancanza di redazionali, ma forse erano presenti nel primo Integrale che io non ho comprato. Segnalo che manca il testo di un balloon a pagina 189 (ma è uno di quelli “urlati” di scarsa rilevanza, forse il testo era scritto in francese da Manara direttamente sulla striscia), una didascalia a pagina 214 è parzialmente tagliata (niente di che: il testo si capisce lo stesso) e l’errore di mettere «vedere» invece di «vendere» (cosa che col vecchio lettering manuale probabilmente non sarebbe successa) indebolisce il discorso che Manara voleva fare a pagina 158, ma l’edizione vale comunque i suoi 27 euro, considerando che le ultime due storie sono lunghe ben 56 pagine mentre Sognare, forse… dura quasi il doppio.
Curiosamente, ho notato che l’erezione del bambino in Sognare, forse… non è stata censurata, mentre invece la protagonista Francesca Foscari, nome che all’epoca della pubblicazione su Corto Maltese aveva sollevato le proteste di una nobildonna veneziana omonima, è diventata semplicemente Fosca! Immagino che gli interventi siano precedenti a questa edizione, perché le correzioni sono state fatte palesemente a mano. E nella loro improvvisata artigianalità sono stupende, altro che computer.

martedì 6 giugno 2017

Tanto per essere sicuri...

…la versione bonellide di Fables ha chiuso, vero? È da mesi che la fumetteria dove la compravo non ne riceve una copia, e d’altra parte non l’ho più vista nemmeno in edicola (dove arrivava un po’ dopo, ma ci arrivava). Non che la cosa mi dolga più di tanto, ma ormai che avevo cominciato mi sarebbe piaciuto sapere come andava a finire. E poi mi sembra strano che una testata pubblicata nel formato più amato dagli italiani scompaia dopo ben 35 numeri al suo attivo. E se la RW Lion avesse deciso di interromperla per dirottare i lettori sui trading paperback per completare la saga?

domenica 4 giugno 2017

Airboy

Preso principalmente per i Fumettisti d’Invenzione ma con la speranza che fosse comunque interessante. Non mi è andata bene. Airboy racconta di un tentativo di rilancio del vecchio personaggio libero da copyright da parte della Image che lo affida al recalcitrante sceneggiatore James Robinson.
Robinson si descrive come una persona disgustosa, pessimo marito perso tra droghe pesanti e autocommiserazione. Col suo sodale superdotato Greg Hinkle, che ha scelto come disegnatore, va in giro per i locali di San Francisco a strafarsi e a scopare la prima che passa, finché Airboy in persona compare nelle loro vite.
Immaginando che si tratti solo di un’allucinazione dovuta alle sostanze psicotrope e all’alcol (non disdegnando però anche altre spiegazioni) i due stanno al gioco e danno corda all’eroico e ingenuo Airboy finito nella sordida San Francisco contemporanea, finché questi esasperato li trasporta nel suo mondo di fantasia dove dovranno contribuire alla causa degli eroi aviatori che combattono contro i nazisti.
Il giochetto metanarrativo è alla fine solo la scusa per inanellare stereotipi, le battute sono spesso scontate (ma alcune fanno sorridere) e il maledettismo egocentrico di Robinson risulta esagerato e fasullo – e spero bene che lo sia: se uno si spara veramente tutti quei cocktail di droghe si guarderà bene dal dirlo pubblicamente. Non capisco proprio il vittimismo dello sceneggiatore, né trovo elegante che getti i suoi problemi e le sue paturnie in faccia al lettore: sicuramente non sarà ai livelli di popolarità di Gaiman o Moore ma mi pare che abbia comunque un suo seguito, e soprattutto che continui a lavorare nel settore. Certo, piangendosi addosso Robinson si è risparmiato la fatica di trovare qualche idea originale con cui portare avanti la trama.
Il finale di Airboy, poi, è decisamente banale (anche il cazzo enorme di Hinkle era un sogno) e finanche patetico col suo messaggino implicito sulla necessità di voltare pagina.
Robinson spiega di aver scelto proprio Hinkle come disegnatore perché si discosta dallo stile classico dei disegnatori americani. Detta così sembra una buona notizia, ma purtroppo Hinkle si differenzia dagli altri autori di comic book perché è esasperatamente caricaturale. È innegabile che molte tavole siano state costruite con abilità e che in generale abbia dedicato molta cura ai dettagli, ma comunque non è il mio genere.
Anche in riferimento ai Fumettisti d’Invenzione Airboy presenta qualche problema: come lo categorizzo? Lo inserisco in una voce a sé o parto da quella dell’Airboy originale, di cui effettivamente può essere considerato una versione?

venerdì 2 giugno 2017

Historica 56 - Hasta la Victoria! 1: Cuba 1957

Da quindicenne lettore di Nathan Never non mi piaceva affatto il tratto di Casini e per tutta la mia breve vita di lettore occasionale della testata saltavo accuratamente i numeri disegnati da lui.
Forte della maggiore consapevolezza estetica che spero di aver raggiunto (e del fatto che sicuramente l’autore avrebbe curato di più un progetto personale alla francese) ho dato una chance a questo nuovo numero di Historica. Ma non c’è nulla da fare: il tratto grottesco di Casini, i suoi personaggi caricaturali, l’inchiostrazione poco decisa e le sue donne squadrate e bruttine non fanno per me. Tanto più che la colorazione che ha scelto fa sembrare le tavole delle serigrafie con delle grandi campiture di colore a coprire spazi enormi, mentre le figure umane rimangono spesso avvolte in un pallore desolante. Visti i premi che ha vinto Casini, evidentemente è un limite mio, ma tant’è. Peccato, perché la storia è pure interessante.
Nel 1957 sbarca a L’Avana il marinaio Nero Maccanti, indirizzato da un collega verso una pensione in particolare. Qui si trova coinvolto per puro caso (ma sarà vero?) in un complotto contro il governo di Fulgencio Batista, mentre una pletora di altri personaggi animano il primo capitolo, che infatti pur essendo introduttivo conta 54 tavole contro le canoniche 46.
La ricostruzione storica è scrupolosa e affascinante, il protagonista è credibile e non troppo stereotipato (anche a me ha ricordato Corto Maltese) e la narrazione procede guizzante nei rivoli delle piccole storie di cui è composta – il secondo capitolo è nettamente più corale e Nero diventa quasi solo una figura tra le tante che animano la storia. C’è forse appena appena un po’ di didascalismo in alcuni dialoghi, a volte i personaggi tendono a “spiegare” troppo, ma visto che Casini si è sobbarcato quella che deve essere stata una ricerca di documentazione monumentale è anche giusto che faccia vedere di aver “fatto i compiti”.
La trama è insomma interessante e coinvolgente e invoglierebbe a comprare il seguito (Hasta la Victoria! si sviluppa su quattro volumi, qui ne vengono proposti i primi due). Poi però guardo le dita sproporzionate e nodose dei personaggi e mi passa tutta la voglia di sapere come andrà a finire…
Non me ne voglia Casini (che con la sua carriera e i suoi premi dubito sia interessato a quello che penso del suo lavoro), ma proprio non è il mio stile. Va detto anche che la qualità di stampa non è perfetta e il tratto già flebile di Casini viene svilito da una riproduzione che lo rende un po’ flou, maledizione delle moderne tecnologie di acquisizione e successiva riproduzione delle immagini. Molto interessante l’introduzione di Sergio Brancato, una delle migliori lette finora.

martedì 30 maggio 2017

Un pinailleur de Alan Moore !

In previsione della lettura del prossimo volume conclusivo di Providence mi sto rileggendo tutti gli episodi precedenti, e ho notato un errorino di Burrows:
Il villico Wheatley perde la medaglia che campeggia sul "rever" destro dell'accappatoio da una pagina all'altra. Un errore ancora più evidente (così evidente che me sono accorto solo alla seconda lettura...) visto che le tavole in questione sono stampate una di fronte all'altra.
Ma trattandosi di Alan Moore chissà che la cosa non abbia un significato particolare.

domenica 28 maggio 2017

Injection volume 2

Il nuovo volume di Injection è nettamente migliore del primo. Stavolta il protagonista principale (gli altri personaggi compaiono lo stesso e portano avanti le loro storyline) è il detective Vivek Headland, distaccato e dai modi aristocratici come vuole una certa tradizione di investigatori privati letterari che è il primo a stigmatizzare scherzosamente.
“Viv” è stato contattato da un mago della finanza che ha recentemente perso la moglie e il figlio e che era riuscito ad avere rapporti carnali con il fantasma di lei tramite una fotografia che la faceva materializzare. La fotografia gli è stata però sottratta da una setta esoterica che, fraintendendo volutamente tutta la situazione, crede che il computer del magnate (infettato da Injection) sia nientemeno che la pietra filosofale!
Un soggetto quindi molto originale che in più di un’occasione ha offerto allo sceneggiatore il destro per inanellare alcune delle sue memorabili battute. Ma, soprattutto, il pregio di questo secondo arco narrativo è che la narrazione non è frammentaria e complessa come nel primo, anche se non mancano flashback e sequenze parallele che coinvolgono gli altri membri del team. Un po’ rimpiango di essermi riletto quella palla del primo volume perché ricordando quant’era complesso e interlocutorio pensavo che fosse necessario rinfrescarsi la memoria per capire meglio questo: non è affatto così, e anche i rimandi ai precedenti capitoli sono perfettamente comprensibili anche leggendo solo questo secondo volume, del tutto autonomo.
I disegni di Declan Shalvey sono assai scarni ma senza mai andare sotto la soglia di guardia (in certe inquadrature ho ravvisato la sintetica eleganza di Chris Sprouse, ma sono molto poche). Discutibile la scelta di non inserire le copertine originali in apertura dei capitoli così com’erano effettivamente apparse, ma bensì riprodotte in negativo e virate in rosso rendendone meno chiari i soggetti: quella del primo capitolo sarebbe senz’altro servita a costruire l’atmosfera giusta. Ma immagino che questa scelta non sia da imputare alla saldaPress quando alla Image che ha confezionato il volume originale.

martedì 23 maggio 2017

Era Milazzo...

Mi riferisco al mistero sollevato da Andrea Mazzotta nell'introduzione de Il Maestro: macché Toppi, macché Manara, figurarsi Pratt o Tacconi... il matitista misterioso era Ivo Milazzo, almeno a quanto leggo qui. Francamente, non sapevo che in quegli anni Milazzo avesse avuto contatti con Il Corriere dei Ragazzi.
A questo punto mi chiedo qual'è la storia che ha disegnato, e sopratutto quale dovrebbe essere il particolare che ne renderebbe chiara la paternità...

domenica 21 maggio 2017

Non è proprio la stessa cosa

Tornare a uno stile meno realistico e dettagliato dopo l'exploit di Pellerin su Barbarossa è stata una discreta doccia fredda! Il lavoro svolto da Jijé e suo figlio Lorg è sicuramente professionale e, nel suo genere, molto ben riuscito (i rimpianti dello stesso Lorg di non essere stato all'altezza del compito sono ingiustificati) ma passare dallo stile moderno e meticoloso del volume precedente a questo più classico e caricaturale mi è sembrato quasi un passo indietro.
Anche i testi di Charlier, a dirla tutta, mi sono parsi piuttosto ingenui.
Sempre sia lodata la Nona Arte, comunque, che continua a far uscire questi gioielli franco-belgi.

venerdì 19 maggio 2017

Il Maestro

Ce ne ha messo di tempo per arrivare, ma questo volume vale tutta l’attesa e i trenta euro che è costato. Stampato interamente su carta patinata, è un cartonato con cuffia: quindi non c’è il rischio che il dorso si imbarchi da una parte o dall’altra a seconda di come lo si apre la prima volta.
Ma ovviamente quello che conta di più sono i contenuti: il protagonista è un parapsicologo di nome Maximus conosciuto universalmente come “Il Maestro”, dotato di una enorme cultura esoterica e soprattutto di poteri medianici di vario tipo (giustamente lasciati nel vago per assecondare le necessità dei singoli episodi) che collabora con la polizia di Los Angeles tramite la sua spasimante Velda Morris.
A dispetto di quello che immaginavo, Il Maestro non è una raccolta di episodi scollegati con lo stesso protagonista (non inizialmente, almeno) ma una saga con una continuity serrata in cui gli stessi personaggi e le stesse ambientazioni ritornano con frequenza: i primi nove capitoli vedono la lotta tra il protagonista e l’archeologa Jaga, che si è impossessata dello scarabeo di Ara-Tutna.
Questo antico monile di origine extraterrestre ha la facoltà di materializzare i pensieri di chi lo usa, a patto che sia conosciuta l’invocazione che lo attiva. Solo il Maestro ormai ne è a conoscenza e per questo Jaga ingaggia una lotta contro di lui per strappargli la formula. Seguiranno inseguimenti in tutto il mondo, colpi di scena e rocamboleschi ribaltamenti della situazione: Jaga otterrà effettivamente il pieno potere dello scarabeo, scavando nella memoria del Maestro con uno stratagemma ben architettato da Milani.
Dopo questo primo arco narrativo ne viene presentato uno più breve, Ultimatum all’America, in due soli capitoli opportunamente raccolti tutti di seguito, come avverrà con il penultimo ciclo in tre parti Una storia di iene. A seguire Ultimatum all’America ci sono un paio di storie autoconclusive, finché dall’episodio Un mare antico la singola vicenda trattata negli episodi è inserita nella trama generale che vede il ritorno di Jaga, che avrà una coda proprio in Una storia di iene (questa trama contempla a sua volta la sottotrama della perdita dei poteri del Maestro pur di non dover più convivere con la maledizione di percepire la data esatta della morte di chiunque lo tocchi). A integrare la saga portante ci sono due episodi autonomi disegnati da Giancarlo Alessandrini e uno di Mario Cubbino.
I testi di Mino Milani sono appassionanti e originali, tanto più se pensiamo che furono realizzati oltre 40 anni fa per una rivista indirizzata ai ragazzi. Non manca qualche occasionale ingenuità, ma pienamente giustificata dalla necessità di risolvere alcune situazioni specifiche. Anche i poteri dello scarabeo, però, hanno limiti variabili a seconda delle necessità: nel primo episodio riescono a materializzare solo illusioni, in altri modificano l’aspetto di chi lo usa e l’episodio Le grandi piogge si basa interamente sui suoi effetti ben concreti. L’elemento che risulta meno credibile alla fine non sono i poteri miracolosi del Maestro quanto quelli di Velma Morris: semplice poliziotta (anche se in un’occasione collabora con l’FBI) sembra avere piena autorità per intervenire al di fuori dei confini degli Stati Uniti, si sceglie i suoi casi in base alle intuizioni del momento, ha ferie e congedi infiniti e dispone nel suo equipaggiamento anche di droghe!
Mino Milani fa un uso molto intelligente di un’altra “spalla” del Maestro, la sua gatta Nardy che si porta dietro nelle sue avventure. In alcuni frangenti (pochi) viene coinvolta in improbabili rituali per risolvere una situazione, in molti altri riesce a salvare il suo padrone proprio in virtù del suo essere felino e del comportamento che ci si aspetterebbe da un gatto. Negli ultimi episodi Mino Milani adotta uno stile un po’ più malinconico, se non proprio cupo, e quelli disegnati da Alessandrini e Cubbino presentano delle didascalie più moderne, narrate in prima persona. Considerando l’anno di pubblicazione, il 1976, può darsi che lo sceneggiatore abbia fatto suo lo stile di scrittura più maturo di Lanciostory.
balloon invertito: anche negli anni '70 si sbagliavano
Credo comunque che alcune tavole siano state create ex novo al tempo della ristampa in volume della Ivaldi (che, se ho ben capito, conteneva tutti gli episodi della saga di Ara-Tutna tranne l’ultimo!) come raccordo tra gli episodi: in particolare il prologo del primo capitolo, in cui c’è un’anticipazione dell’origine del gioiello di Ara-Tutna, e l’ultima tavola del secondo. La mia impressione è infatti che la serie non avesse una progettualità molto definita all’inizio e Milani trovasse soluzioni narrative a mano a mano che procedeva la serie.
Per quel che riguarda la parte grafica, resto dell’idea che (come variamente ripetuto dal diretto interessato) Di Gennaro sia più bravo come illustratore che come fumettista, ma il suo lavoro è comunque stupendo: i riferimenti fotografici e le tecniche riprese da altri colleghi rendono spesso Il Maestro un gioiellino pop. E le sue donne sono meravigliose.
Passando alla qualità della riproduzione, viene anticipato che le tavole originali non erano reperibili e quindi si è proceduto a scansionare il volume dell’Ivaldi e le pagine del Corriere dei Ragazzi. Questa ammissione sembra quasi una scusa preventiva per giustificare la qualità di stampa non ottimale, ma in realtà la resa complessiva è molto più valida di quella di tanti altri editori che vantano fenomenali (e inesistenti) qualità delle fonti. Il riferimento alle tavole già pubblicate ha permesso di mantenerne lo stesso lettering senza ricorrere a uno nuovo computerizzato, ma non sono mancate delle criticità anche perché alcuni episodi sono stati proposti con toni di grigio nell’impossibilità di togliere in maniera poco invasiva la colorazione precedente: il risultato non è traumatico, anche se in alcuni casi tende a coprire o a impastare un po’ il segno, oltre a rivelare le magagne delle copie de Il Corriere dei Ragazzi da cui è partita la ReNoir.
L’episodio più rovinato in assoluto è Un mare antico, ma tanto quello ce l’ho già nell’antologia della Grande Avventura dei Fumetti della DeAgostini. Negli ultimi capitoli si notano maggiormente le dentellature e le sfocature del tratto, forse anche a causa di un cambio di formato della rivista che ha portato a una gabbia più ridotta e quindi con meno elementi. Probabilmente anche grazie all’organizzazione differente delle tavole finali (che presentano appunto meno vignette) il formato non proprio enorme di 19x26 centimetri non è stato affatto penalizzante come avevo temuto al momento di leggerlo sull’Anteprima.
Ogni episodio viene introdotto da una pagina in cui è riportata la sede della prima pubblicazione (ad eccezione dei cicli di due e tre Ultimatum all’America e Una storia di iene, che come detto sopra sono accorpati in due unici blocchi). Francamente mi sembra strano che Nel pozzo del vortice sia stato pubblicato sul numero 22 de Il Corriere dei Ragazzi datato 1 giugno 1975 quando l’episodio successivo, Incontro nella brughiera, risulta essere stato pubblicato sul numero 27 del 6 giugno, probabilmente si sono confusi indicando giugno invece che maggio come mese di pubblicazione del primo episodio.
Nell’introduzione Andrea Mazzotta ricostruisce il clima culturale e sociale in cui nacque Il Maestro, e si lancia in considerazioni interessanti che meriterebbero ulteriori approfondimenti (per quanto la sua introduzione consti di ben tre pagine). Inoltre lancia al lettore una sfida: parrebbe che le matite di un episodio fossero state realizzate da un altro disegnatore, peraltro uno dei pezzi grossi italiani, e la cosa si potrebbe intuire da una vignetta in particolare di un episodio non specificato. Io ho ravvisato nella nave in apertura del quinto capitolo una forte impronta toppiana, ma d’altra parte l’episodio Il grande giudizio ricorda come impostazione certe derive di Milo Manara (che per l’epoca potrebbe starci). E d’altra parte nell’episodio Occhi di gatto i quattro piantoni mi hanno ricordato Gli Aristocratici e quindi Nando Tacconi, ma d’altro canto quello stesso episodio presenta una forte sintesi prattiana… chissà.
Dal canto mio, ho trovato solo l’evidenza dell’ispirazione a una medesima fonte di Di Gennaro e Cubbino e il recupero di una stessa inquadratura sullo stesso numero di Bliz per cui fece la copertina:

martedì 16 maggio 2017

Historica Biografie 1: Kennedy

Parte con il piede giusto questo spin-off della collana Historica che, da quanto ho capito, presenterà i volumi della serie Ils ont fait l’Histoire di Glénat.
Il Kennedy del titolo è ovviamente John Fitzgerald, la cui vita viene ricostruita attraverso l’artificio di una intervista a suo fratello Bobby. Sylvain Runberg riesce a evitare i rischi che una biografia così densa poteva comportare se costretta nelle 46 pagine canoniche di un albo alla francese: la narrazione procede spedita senza essere troppo didascalica, vicissitudini private e vita politica si alternano armoniosamente, viene evitata l’agiografia (come pure il vilipendio, anche se non vengono taciuti gli espedienti con cui la ricchissima famiglia Kennedy sostenne il protagonista, né la sua consapevolezza di quanto l’immagine fosse importante). Confesso che non sapevo che Kennedy era stato osteggiato nella sua ascesa in quanto cattolico, poiché gli WASP temevano che avrebbe preso ordini dal Papa una volta diventato presidente!
I disegni di Damour sono anch’essi validi: il tratteggio grasso ma non fitto con cui mette in scena la storia permette di mantenere sia un certo dinamismo che la fedeltà alla cospicua documentazione fotografica a cui ha fatto riferimento. Non sarà Blanc-Dumont o Moëbius, ma per questo fumetto lo trovo perfetto. O “la” trovo perfetta, non so se sia maschio o femmina.
In appendice ci sono sette paginette di approfondimenti storici affidate a un esperto dell’argomento (marchio di fabbrica della collana originale) e il “making of” del volume. Lo spazio risicato non permette di sviluppare molto più di quanto si è già letto nel fumetto, anche se André Kaspi si spinge oltre e conclude il suo intervento accennando alle teorie del complotto fiorite a seguito dell’assassinio di Dallas. Molto lodevole da parte di Mondadori il dettaglio sulle edizioni italiane dei volumi citati nella biografia finale, cosa purtroppo non così scontata in altre iniziative editoriali.
Rispetto ai volumi della collana-madre, che ci hanno abituato a raccolte di anche 4 volumi franco-belgi, questa prima uscita delle Biografie si legge tutta d’un fiato, e pur non avendo la stessa foliazione presenta comunque un buon prezzo: 8,99 euro.
Il prossimo mese si continua con Mao Zedong.

lunedì 15 maggio 2017

Comunicazione di servizio

Palmanova The Games Fortress | 30 giugno-02 luglio 2017

COMUNICATO AREA FUMETTO

L’area fumetto del Festival “Palmanova The Games Fortress” intende essere spazio dedicato alla comprensione del linguaggio del fumetto nelle sue molteplici forme e rappresentazioni.

La sezione dedicata è immaginata come evento culturale di riflessione sulle potezionalità del fumetto quale forma di scrittura dalle peculiarità assolutamente proprie ed indipendenti, ma allo stesso tempo quale strumento importante all’interno dei processi di valorizzazione di luoghi o di comunicazione di specifiche proposte imprenditoriali.

“The Games Fortress” non sarà dunque solo sede di un evento di genere, ma occasione di incontro tra operatori del settore e tra questi ultimi e l’imprenditorialità non solo locale, alfine di permettere la maturazione di strategie comuni di valorizzazione di un’area geografica e culturale specifica di cui Palmanova risulta essere centro storicamente riconosciuto.

I temi principali per il 2017 saranno due:
- “La centralità della scrittura per l’arte sequenziale”;
- “L’utilizzo del fumetto e dell’illustrazione come strumenti di marketing”.

Per affrontarli “The Games Fortress” ha deciso di invitare a Palmanova alcuni dei principali protagonisti del fumetto d’autore italiano e internazionale, assieme ad alcuni giovani emergenti, già segnalatisi all’attenzione della critica nazionale.
Gli autori ospiti si sono contraddistinti scrivendo, sceneggiando e disegnando le proprie storie, riuscendo continuamente a garantire un significato particolare alle vicende narrate, sperimentando linguaggi o rileggendo la tradizione della cultura dell’arte sequenziale; superando spesso i confini del tutto immaginari tra fumetto d’autore e popolare.

Gli ospiti già confermati del festival sono: Gianfranco Manfredi, Daniele Brolli, Luca Enoch, Giuseppe Palumbo, Lorenzo Pastrovicchio, Carlo Ambrosini, Lele Vianello, Davide Fabbri, Matteo Alemanno, Bepi Vigna, Mario Alberti, Casty, Luca Malisan, Paolo Francescutto, Fabio Babich, Pasquale Frisenda, Matteo De Longis, Daniel Cuello, Federica Salfo.
Altri se ne stanno aggiungendo.

Gli autori saranno presenti per parlare in pubblico del proprio percorso professionale durante alcuni panel a tema, dove più voci saranno messe a confronto.
Alcuni ospiti si sono anche resi disponibili per dei workshop destinati ai giovani e al pubblico presente. A breve verranno chiarite le modalità di iscrizione.
Saranno inoltre garantite, per la gioia dei fan,  delle sessioni di dediche, durante le quali il pubblico presente potrà richiede autografi o ricevere una dedica disegnata personalizzata sui volumi acquistati. Le modalità saranno comunicate a breve.

A coronare queste presenze autorevoli verrà allestita in collaborazione con il Treviso Comics Book Festival un’area dedicata alle autoproduzioni, dove si potranno visionare i lavori dei giovani autori, che presenteranno anche pubblicamente le proprie attività durante le giornate del Festival e gestiranno una sezione incontri per ilo pubblico.

La sezione fumetto di “The Games Fortress” propone inoltre un’idea di certo innovativa per conoscere a fondo le aspettative, i progetti e gli obiettivi che si pongono a margine di ogni esperienza editoriale. Ogni anno sarà ospite del festival una casa editrice per parlare delle prorie strategie editoriali e di marketing, e l’invito per il 2017 è stato rivolto alla casa editrice BAO Publishing di Milano.
BAO è una delle realtà imprenditoriali più importanti degli ultimi anni, capace di scuotere il mercato italiano di settore con una proposta comunicativa innovativa, in equilibrio tra continua trasmissione delle proprie passioni e ricerca di marketing. 
Anche per garantire ai giovani autori regionali, ma non solo, un momento importante, utile per la propria carriera nel mondo del fumetto, i responsabili della casa editrice BAO Publishing incontreranno i giovani autori dedicando a loro una Portfolio Review. La partenza delle preiscrizioni è prevista a breve.

Saranno presenti a Palmanova inoltre due importanti scuole del fumetto nazionali: la Scuola del Fumetto di Milano e il Centro Internazionale del Fumetto di Cagliari.
Le due strutture, attive ormai da anni nel campo dell’educazione alle tecniche e ai linguaggi del fumetto, si renderanno disponibili per organizzare dei workshop destinati al pubblico appassionato, ma anche solo curioso di sapere di più di come nasce e si costruisce un fumetto.

Sarà contemporaneamente allestita un’importante mostra mercato di settore, dedicata ai collezionisti e agli appassionati.

Il programma definitivo è in corso di definizione.

Per informazioni e altro sugli ospiti presenti, sui workshop e sul programma si prega di consultare:

Per contatti
NOVALUDICA, Borgo Aquileia, 13 – 33057 Palmanova (UD)
+39 373-7513454
www.novaludica.it