giovedì 29 giugno 2017

Collana Reprint n. 172 - Kinowa 1: Il Segno del Serpente

La meritoria opera di recupero dei classici italiani ad opera delle Edizioni If si è arricchita di un nuovo titolo: quel Kinowa di cui l’enciclopedia La Grande Avventura dei Fumetti della DeAgostini magnificava l’originalità e la violenza in anticipo sui tempi, suscitando la mia curiosità.
A differenza di altri prodotti dell’epoca, il protagonista Sam Boyle non è un ragazzino ma un uomo maturo e apparentemente ben poco eroico: è stato scalpato e si profonde in risatine che lette oggi lo fanno sembrare un pazzo o un pervertito (chissà che emozioni voleva evocare originariamente lo sceneggiatore Andrea Lavezzolo/A. Lawson con quella sequela di «Ih! Ih! Ih!»). A seguito dell’assassinio della moglie e del figlioletto perpetrato da perfidi indiani, Boyle diventa uno spietato cacciatore di indiani, a sua volta collezionista compulsivo di scalpi. Sullo sfondo di questa trama di partenza si staglia la figura di Kinowa, un temuto sterminatore di indiani che sia i bianchi che i pellirosse ritengono una creatura fantastica.
La storia è però più complessa, e il figlio di Boyle non è morto durante l’eccidio iniziale ma è stato accolto da un capo indiano nonostante le titubanze di un altro, e si è fatto uomo in seno alla sua nuova tribù col nome di Penna Rossa, e come tale arriva quasi a far scoppiare una nuova guerra indiana.
Ricordata come una serie molto cruda, in realtà Kinowa ha ben poco di drammatico e proprio nulla di splatter, non solo per gli standard attuali. Gli scotennamenti e le morti violente vengono evocati dai testi e le inquadrature si concentrano sapientemente sulle gambe delle vittime o approfittano di elementi in primo piano per coprire i dettagli.
Più che altro, Kinowa è una rilettura western del romanzo d’appendice, in cui parenti lontani e divisi portano avanti un balletto di inconsapevole avvicinamento fintantoché l’interesse del pubblico non scema. Una cosa che ho apprezzato molto della serie è che il titolare compare solo in una manciata di occasioni, è più che altro una presenza incombente (e nemmeno poi tanto), e i veri protagonisti sono altri. Insieme alla tensione verso la scoperta della sua vera identità, questo particolare dà la piacevole sensazione che ci fosse una progettualità ben precisa a monte e non solo l’accumulo di situazioni diverse per mandare avanti la collana – e in effetti nei nove albetti originali qui raccolti c’è una continuity abbastanza serrata.
Dopo anni di revisionismo, ho apprezzato anche l’interpretazione che viene data degli indiani, che qui in teoria sarebbero ancora i “cattivi”, ma che in realtà vengono rappresentati come fieri guerrieri che devono peraltro dedicarsi a equilibrismi politici per mettere d’accordo le varie tribù.
La parte in basso a sinistra è rifatta?
Anche se Lavezzolo cerca di mantenere il segreto (o finge di farlo) per tutto questo primo albo, è chiaro che Kinowa altri non è che lo stesso Sam Boyle, se non altro perché lascia come simbolo delle sue uccisioni il monogramma “S”, che gli indiani interpretano come un serpente stilizzato. E siccome nella storia non ci sono altri personaggi il cui nome cominci con quella lettera, anche agli sprovveduti ragazzini degli anni ’50 sarà parso evidente chi si celava sotto la sua maschera. Maschera che viene comunemente raffigurata di colore verde, nonostante i testi ricordino in più di un’occasione che è bianca.
Lavezzolo scrive in maniera forbita e, cosa comunque comune ai fumetti di quell’epoca, dedica molto spazio alle descrizioni di quello che succede, per quanto i disegni siano già sufficienti a capire le situazioni. In particolare, ho notato certi afflati di lirismo che letti oggi danno uno strano retrogusto tra il surreale e il marinettiano: a pagina 17 un indiano segnala la posizione muovendo le braccia come se fosse un semaforo (ma che razza di semafori avevano negli anni ’50?) mentre a pagina 22 leggiamo del «fremito retrospettivo» di un cavallo che salta un burrone.
La scelta dei nomi non è molto azzeccata e oggi suona francamente ridicola: Wild City (chi diavolo vorrebbe vivere in un posto che si chiama “Città Selvaggia”?), Fort Caution (“Forte Cautela”!) e il cavallo di Boyle si chiama Bingo, come la tombola americana…
Anche se ero portato a credere che refusi ed errori vari fossero tipici della nostra era contemporanea, più automatizzata e facilona, ne ho riscontrati anche qui, così come ne ho trovati in altri fumetti della stessa epoca o anche precedenti. In particolare, ho notato che imperversa un viziaccio (vero e proprio errore da matita rossa) che io ritenevo essere tipico di questa epoca: la virgola tra soggetto e verbo. Gli educatori avevano ragione a dire che i fumetti traviavano la gioventù, altroché.
I disegni dello studio EsseGesse, pienamente calati nella ruspante temperie dell’epoca, sono decisamente validi: pur con alcune comprensibili semplificazioni anatomiche dovute agli stretti tempi di consegna, si segnalano soprattutto per la cura e la ricchezza degli sfondi e dei dettagli (come ad esempio gli abiti). Evidentemente si trattava di una prima elaborazione dello stile del trio, prima di privilegiare il dinamismo che ho riscontrato nel successivo Il Grande Blek.
La qualità di stampa a volte tende a impastare i tratteggi, e i neri non sono sempre compatti, ma nel complesso la resa è più che dignitosa. E comunque il costo è molto conveniente: solo 2,90 euro.
Non mi sarebbe dispiaciuto leggere qualche nota sulla serie e la sua produzione, ma in seconda di copertina Gianni Bono si limita a pubblicizzare le Edizioni If e la Guida al Fumetto Italiano. In terza di copertina vengono comunque riprodotte le copertine dei nove fascicoli raccolti in questo primo numero, con l’indicazione della data d’uscita. La copertina è affidata a Michele Benevento: da quello che ho potuto vedere quelle originali erano molto suggestive e ben colorate, ma non possono certo reggere il confronto con la perizia tecnica di un disegnatore contemporaneo.

domenica 25 giugno 2017

Il Morto 28: Araldica

Datato maggio 2017, uscito solo adesso a fine giugno. Ma l’importante è che sia arrivato.
Questo nuovo episodio de Il Morto è un thriller vagamente gotico sulla falsariga di Dieci piccoli indiani: Peg contatta un altro dei suoi ex commilitoni che ora è costretto su una sedia a rotelle e parte con lui e sua sorella alla volta del maniero di famiglia dove verranno lette le ultime volontà del Duca Armando Chieresi Della Rocca. Coerentemente con gli stereotipi del genere, gli eredi vengono eliminati uno dopo l’altro in circostanze misteriose e il gioco a cui anche il lettore è chiamato a partecipare è indovinare l’identità dell’assassino tra i parenti e gli altri convenuti al castello.
Araldica ci offre un buono squarcio sul passato di Peg, che spero non sia solo episodico ma possa smuovere un po’ di più le acque (il prossimo episodio sarà ambientato in Egitto: vedremo come evolverà la situazione); a livello di sceneggiatura Giovacca alterna una bella e originale sequenza come quella iniziale al bar, dove l’amico di Peg riesce a portar scompiglio anche se si trova su una carrozzina, con la trovata più scontata e demodé del Barone Giustino che si esprime in maniera forbita anche nelle circostanze più tese.
Con tutta questa carne al fuoco e tutti i personaggi coinvolti è inevitabile che le 110 pagine dell’episodio risultino un po’ strette: confesso che ho dovuto sfogliarmi di nuovo l’albo per capire chi era l’assassino, visto che il poco spazio a disposizione ha impedito di approfondire i singoli attori della storia e imprimerli così nella memoria del lettore. Meglio questa impressione di straripante ricchezza confinata in poche pagine, comunque, rispetto a quella di leggere una storia annacquata.
I disegni di Marco Boselli si mantengono sui consueti ottimi livelli, anche stavolta è coadiuvato alle chine dalla new entry Ivano Codina che a volte tende a fare il volto di Peg troppo duro – cosa che di per se non è un difetto ed è coerente col personaggio. Ho notato una certa profusione di “effetti speciali” come l’approssimarsi del temporale a pagina 52 o i virtuosismi automobilistici delle pagine 43-47. Non so se siano da attribuire ai disegnatori piuttosto che allo Studio Telloli, comunque la resa è molto efficace.
In appendice viene presentata Il Duca De L’Omelette, una riduzione da Edgar Allan Poe: Giovacca ha scritto di meglio ma comunque il risultato è simpatico (e in ogni caso era vincolato al testo di partenza), il disegnatore Gioele Vimercati pur dimostrando senz’altro delle doti risulta legnosetto e anche occasionalmente impreciso in certi dettagli.

sabato 24 giugno 2017

E invece... !

Non si trattava di chiusura ma di un sempice ritardo di tre mesi e mezzo (almeno formalmente, poi nelle gerenze scrivono quello che vogliono).
Certo che quelli della RW Lion proprio non hanno idea di come si vada a capo nella lingua italiana.

mercoledì 21 giugno 2017

Tif e Tondu l'Integrale 1949-1954

Nonostante la mole del volume (364 pagine) e l’oggettiva vetustà del fumetto, l’Integrale di Tif e Tondu si legge con rapidità, malgrado gli ultimi due episodi siano oltretutto organizzati su cinque strisce invece delle canoniche quattro. Merito senz’altro di una parte grafica sintetica e priva di orpelli, ma anche di storie semplici e divertenti, in cui evidentemente gli sceneggiatori navigavano a vista inventandosi colpi di scena anche improbabili per portare avanti le trame.
Tif e Tondu nasce nel lontano 1938, ma la serie non si chiama ancora così: coerentemente con la moda dell’epoca, il creatore Fernand Dineur si inventa le Aventures de Tif che compaiono sin dal primo numero di Le Journal de Spirou. Tondu arriverà comunque poco dopo e insieme i due vivranno varie avventure caratterizzate da uno stile grafico che può ricordare quello di un Antonio Rubino che cerchi maggiore realismo, in un’epoca in cui il mestiere di fumettista era più che altro un sistema per arrotondare le entrate da rappresentante di birra di Dineur. Anche per le precarie condizioni economiche che l’editore impone ai suoi collaboratori (quelli che non sono ancora delle vedette, almeno), Tif e Tondu ha una vita editoriale piuttosto travagliata, come ricordato nel dossier che apre il volume.
Finalmente, nel 1951 la serie passa ai disegni di Will, collaboratore e allievo di Jijé, mentre Dineur impone solo la sua presenza come sceneggiatore – ma si stuferà presto anche di quello, essendo probabilmente il commercio di birra più redditizio.
Ad aprire le danze è una storia di 32 tavole che all’epoca rimase nel cassetto, e che viene proposta in versione anastatica riprendendo un’edizione francese. Il tratto di Will (che aveva “rischiato” di disegnare nientemeno che Il Granchio d’Oro di Hergé se non gli fosse arrivata questa proposta) si discosta da quello di Dineur per una maggiore scioltezza ed espressività, in sostanza per una matrice più umoristica e caricaturale. Perlomeno, confrontando le sue tavole con i pochi esempi dell’arte di Dineur sparsi nell’introduzione.
Tif e Tondu sono due amici che si differenziano solo perché il primo è glabro e pelato e il secondo sfoggia invece una chioma puntuta e un discreto barbone. Per il resto, graficamente sono uguali: due uova con le gambette. Caratterialmente, l’osmosi è ancora più accentuata: non sono uno collerico e l’altro riflessivo, né uno ingenuo e l’altro scaltro, ma queste indoli saranno intercambiabili nelle storie a seconda della necessità delle situazioni. In teoria sarebbero dei detective (anche se Tondu si definisce reporter in un episodio), ma in generale sembra che tirino a campare come meglio possono, svolgendo vari lavori tra cui quello più caratteristico (e generoso di gag) è il piazzista di aspirapolvere. Entrambi nutrono una certa brama di possesso che li porta a desiderare automobili potenti, imbarcazioni e persino scafandri da palombaro, ma in ottemperanza ai precetti morali de Le Journal de Spirou queste loro smanie capitaliste sfumeranno davanti al loro buon cuore che li porterà a fare cospicue donazioni ai bisognosi al termine di molte avventure.
La prima avventura “ufficiale” con Will ai disegni è La Città dei Rubini, una piacevole sarabanda di situazioni esotiche che dopo una partenza un po’ stentata offre delle gag esilaranti nelle sue 30 tavole. L’episodio successivo, La Rivincita di Arsenio Rupin, è la diretta prosecuzione della precedente storia e, mischiando l’esotismo con le storie di mala (ma spruzzando il tutto con molto moralismo), risulta ancora più divertente dell’avventura precedente, di cui condivide la durata.
San Salvador è una storia di 15 tavole in cui i protagonisti sono coinvolti in un divertente, per quanto improbabile, complotto in America Latina e col successivo episodio Il Fantasma delle Lagune di 20 tavole (dalla trama ben più originale e ben sviluppata, inoltre qui il moralismo diventa fonte di gag) costituisce il volume Tif et Tondu en Amerique Centrale. Per la ristampa sull’Integrale è stato scelto di riproporre le precedenti edizioni in volume con tanto di gerenze, frontespizi ed elenco arretrati originali: da una parte questa scelta può spiazzare il lettore che potrebbe avere l’impressione di trovarsi davanti a delle semplici raccolte (come quelle cartonate de Le Avventure della Storia), dall’altra ha un piacevole retrogusto vintage e si fa apprezzare per lo scrupolo filologico.
La Villa “Sans-Souci” è il primo episodio progettato per la durata classica di 46 tavole. Dineur getta la spugna a un certo punto, e come sostituto subentra Henri Gilain, fratello di Jijé, con lo pseudonimo di Luc Bermar. La storia, una vicenda di contrabbandieri di alcol che ruota attorno a una villa dove risiedono i protagonisti, è divertente e trae senz’altro beneficio dalla durata più lunga del solito.
Il Tesoro di Alarico ha le stesse dimensioni de La Villa “Sans-Souci” e Gilain è ancora più scatenato che in precedenza. Come suggerito dal titolo, il duo è alla ricerca del tesoro del primo re dei Franchi, in trasferta in una Calabria a cui non risparmia parecchie stoccate razziste!
Infine, Oscar e i suoi Misteri (scritto da Albert Desprechins dopo che Gilain aveva abbandonato la scrittura per contrasti con l’editore che gli aveva rifiutato un soggetto) è una storia ben architettata in cui un pappagallo parlante aprirà a Tif e Tondu la possibilità di entrare in possesso di un fantomatico tesoro, anche arrivando a fare da domestici nella casa della precedente proprietaria. Per quanto divertente e abbastanza originale, la trama sembra chiudersi in maniera un po’ semplicistica e affrettata e non credo che l’aggiunta di altre tavole alle 40 di cui si compone avrebbe permesso a Desprechins (che si firmava Ben) di sbrogliare più di tanto una matassa un po’ troppo ingarbugliata.
Nel corso della lettura risulta evidente la lenta ma costante evoluzione di Will, che lo porta già in San Salvador a uno stile morbido ed elegante. Non dico che certe vignette sembrino disegnate da Yves Chaland, ma ci manca veramente poco.
Come scritto in apertura, Will non si perde troppo nei dettagli e negli sfondi, ma quello che deve essere evidenziato in ogni vignetta viene reso con la dovuta dovizia di particolari. Will sembrava avere una certa ossessione per la Coca-Cola, che declina anche in versione parodistica in alcuni cartelloni pubblicitari nei rari scorci urbani. Da notare che la sua raffigurazione delle donne non è stereotipata, ma offre un vasto campionario di tipologie femminili, sempre virate sull’umoristico ma talvolta somiglianti a vere pin up.
Il dossier d’apertura di questo Integrale è ricchissimo e soprattutto non contiene spoiler. Apprendiamo da quelle pagine che il decollo della serie avverrà con l’arrivo dello sceneggiatore Rosy e l’introduzione di un arcinemico per la coppia. Quindi forse sarebbe stato meglio cominciare la pubblicazione con quelle storie piuttosto che con quelle più vecchie, come fatto per gli Integrali di Spirou, ma va bene anche così dato il carattere appunto “archeologico” di questo Integrale che interesserà di più i filologi del fumetto franco-belga che non i suoi semplici appassionati.
Da segnalare, cosa praticamente unica per un Integrale della Nona Arte (almeno di quelli che ho io) che la stampa non sempre è ottimale, rifacendosi probabilmente a fonti che già di partenza si basavano su materiali rovinati.

lunedì 19 giugno 2017

Providence 3

Si conclude l’opera-monstre di Moore dedicata a Lovecraft. Un bellissimo fumetto, ma non il capolavoro che avrei voluto mettere nel Meglio del 2017 (che per la cronaca al momento contempla solo tre titoli risicati).
La vicenda di Robert Black termina nel decimo numero della saga, con una validissima spiegazione degli eventi in cui tout se tiens, che dimostra per l’ennesima volta l’abilità di architetto dello sceneggiatore, ma in cui forse il pathos è un po’ mancato e tutto sfiorisce più che concludersi. Ottima la trovata per cui l’elzeviro di Black diventa un McGuffin fondamentale per la parte successiva, ma la sorte del protagonista è stato un anticlimax micidiale e forse un po’ ingiustificato per quanto anticipato dalle sue ultime annotazioni.
L’undicesimo capitolo è quasi un corollario a tutto quanto letto in precedenza, un po’ come Dance of the Gull-Catchers lo fu per From Hell. È qui che il destino di Black si compie definitivamente, anche se il bandolo della matassa era già stato sciolto nell’episodio precedente. Il paragone con From Hell non regge poi molto perché qui Moore ha preferito uno stile frammentario piuttosto che narrativo, ma in fondo anche qui ha voluto esplicitare la sua poetica. A tal riguardo, segnalo che nella carrellata di influssi sulla cultura e sulla società Moore è stato un po’ avaro di segnalazioni di giochi di ruolo e videogame, per fortuna a suo tempo ci pensò Matteo Poropat.
Benché il dodicesimo capitolo sia formalmente la conclusione di Providence, in realtà lo è ancor di più del precedente Neonomicon, che a sua volta prendeva le mosse da Il Cortile, opera in prosa di Moore ridotta a fumetti da Andrew Johnston. Se il lettore non conosce queste due opere precedenti è probabile che rimanga perplesso davanti al finale, in cui agiscono dei personaggi che non sono mai apparsi prima in Providence, e in cui la storia si trasforma in una sorta di action movie lisergico (con assai poca azione, a dir la verità) dalla raffinata esercitazione letteraria che era fino al decimo capitolo.
In definitiva, Providence è stato una lunga dichiarazione d’amore per l’opera di Lovecraft, in cui  Moore ha fatto sfoggio di una documentazione sterminata e in cui lo stesso Lovecraft ha avuto un ruolo pienamente giustificato dalle stesse ricerche fatte. Come nelle migliori cose scritte da Moore, anche in questo caso la soluzione era evidente e gli elementi per decifrare la storia erano stati posizionati con maestria ed eleganza nei capitoli precedenti (a saperli cogliere, ovviamente). Anche le molteplici variazioni dei nomi lovecraftiani sono giustificate dal principale twist della saga, in cui vengono rivelate le identità dell’Araldo e del Redentore.
Moore è stato inoltre bravo come al solito a collegare le molteplici sottotrame, ma stavolta alcune (tante) cose che sembravano importanti non hanno poi avuto seguito: che ruolo ha avuto il massone Albert Pike che si vede nell’ottavo episodio? Che rito fanno le donne che si vedono all’inizio e alla fine del decimo episodio? La donna deforme che compare all’inizio dell’undicesimo capitolo è la madre di Carcosa vista ne Il Cortile? Qual’era la tavola anticipata all’inizio del quarto episodio? I riferimenti al nazismo non vanno poi oltre agli accenni nel terzo capitolo – e io che mi ero fatto tutta una teoria sull’“Araldo”…
E poi ci sarebbero altri aspetti del fumetto che a me personalmente sono sembrati quanto meno esornativi ma dalla sostanza incerta. La metanarratività estrema con i personaggi che sono consapevoli di far parte di una storia e si interrogano sul loro ruolo in essa è diventata un po’ stucchevole. Il birignao che Moore si inventa per i suoi personaggi più strambi (e qui sono tanti) dopo un po’ è insopportabile. L’armata Brancaleone che chiude la storia francamente mi è sembrata propendere troppo verso il brillante, se non proprio verso il parodistico e il comico tout-court ma, Cthulhu non voglia, spero che fosse proprio questo l’intento di Moore.
Le parti più dense, illuminanti e piacevoli risultano alla fine quelle in prosa: bellissimo il lavoro antropologico sull’origine dei miti delle popolazioni (e le ipotesi sulle possibili origini dei Miti di Cthulhu mi sono sembrate assai credibili), così come è rivelatore il discorso sull’effetto magico della letteratura, concetto che aveva avanzato scherzosamente anche Amelie Nothomb – ma forse alla luce delle considerazioni di Black/Moore era seria quando diceva di bandire i testi sacri.
Ma anche le parti in prosa non scritte da Moore sono interessanti. La postfazione di Rosanas, a dire il vero, sembra più che altro voler nobilitare la saga con rimandi ad Aristotele e Hegel, ma il pezzo di Leonardo Rizzi sulla difficoltà nella traduzione di Moore (e di Providence in particolare) è una lettura illuminante.
I disegni di Jacen Burrows si mantengono ai soliti buoni livelli, ma mi è sembrato che stavolta le sue posture fossero occasionalmente più rigide e meno espressive. Cosa più che giustificata, e che comunque non toglie nulla al lavoro complessivo: Burrows si è imbarcato nella tremenda ordalia di rappresentare nelle stesse tavole gli stessi sfondi con elementi diversi di vignetta in vignetta, una prova massacrante che solo il fatto di lavorare con Moore poteva giustificare.
Ripeto: Providence non è un capolavoro, ma è senz’altro un ottimo fumetto. E a furia di ripeterlo magari riuscirò a convincermene.