sabato 18 aprile 2015

Potevo esimermi?

La lettura della nuova versione dell'Incal a opera della Cosmo mi ha fatto venire voglia di confrontare le varie versioni che ho già, scoprendo così che alcune sono sparite... o forse mi confondo e quella fatta dalla Nuova Frontiera per la collana Umanoidi non l'ho mai avuta, chissà.

Lanciostory:



volume degli Editori del Grifo (collana Nuova Mongolfiera):


volume della Cosmo (collana Cosmo Color USA):


Metal Hurlant:


e per finire il volume originale francese (prima edizione):

mercoledì 15 aprile 2015

Numenéra...



Quest’anno al PlayModena non c’era nessuna novità di Sine Requie e nemmeno (incredibile a dirsi) qualcuno che vendesse materiale classico di Advanced Dungeons & Dragons, figurarsi Rolemaster, per cui ho dirottato i fondi sul Numenéra di Monte Cook, a quanto pare frutto di un crowdfunding folgorante. Non avevo grandissime aspettative né tutto sommato molto interesse ma il fatto che l’ultima copia in vendita fosse autografata dall’autore mi ha incentivato all’acquisto.
La firma di Monte Cook
Ora, io ero rimasto che i giochi di ruolo non indie di ultima generazione li proponessero quasi tutti in formato libro cartonato e sono rimasto sorpreso nello scoprire che invece di Numenéra hanno fatto un boxed set come si usava ai vecchi tempi. Il guaio è che dopo averlo aperto ho scoperto che (altri ammennicoli a parte) presentava un solo volumone brossurato di 340 pagine. Quindi mi sono fatto alcune domande:

perché confezionare una scatola, con conseguente lievitazione del prezzo, se poi dentro ci si infila un solo manuale che potrebbe essere venduto singolarmente offrendo oltretutto così all’acquirente la possibilità di poterlo sfogliare prima? (praticamente tutti gli ammennicoli di cui sopra avrebbero potuto trovare spazio all’interno del tomo)
 
Oltretutto l'altezza della scatola è sproporzionata rispetto a quella del libro che contiene...
perché fare un unico malloppo in carta patinata ad alta grammatura brossurato che è la cosa meno pratica al mondo da sfogliare e leggere? (vedi anche l’edizione italiana di Ars Magica)

...forse qui si vede meglio
perché le voci del budget dedicate alla qualità della carta, alla grafica invasiva che va tanto di moda e alle illustrazioni digitali non vengono abbassate in favore di una maggiore cura editoriale e di qualche revisione in più, vista la quantità di refusi? (questa me l’ha suggerita un mio amico visto che pure la sua copia di Dragon Kings presa a Modena non ne è esente)

Da quello che so anche il gioco di ruolo di Dragonero è stato presentato in questo formato bizzarro che per me non ha molto senso.
I giovani d’oggi non capiscono un cazzo. Ai nostri tempi sì che ci divertivamo.

martedì 14 aprile 2015

Cosmo Color USA 13 - L'Incal 1: L'Incal Nero



A 3,90€ non ce l’ho fatta a resistere e ho preso l’ennesima versione de L’Incal di Jodorowsky e Moebius, anche curioso di vedere se fosse stata utilizzata la famigerata colorazione digitale.
Pur se ce l’ho già in tante salse (non tutte ma comunque tante) ho colto l’occasione per rileggermelo di nuovo e devo dire che è stata quasi una rivelazione.
La storia ovviamente la conosco per sommi capi più o meno a memoria ma rileggere il primo episodio dopo anni mi ha confermato quanto questa saga sia eccezionale. Jodorowsky spara idee originali e geniali a raffica e il suo stile scanzonato e sarcastico è fantastico, i deliri mistici che solitamente gli attribuiscono qui sono ben lontani.
Forse a causa della prima lettura spezzettata (prima lessi il finale su L’Eternauta, poi recuperai i primi due volumi Nuova Mongolfiera, poi in biblioteca trovai Ciò che è in alto, ecc.) non mi sono veramente gustato la saga in maniera organica come avrebbe meritato, e mi sono sempre concentrato più sulla trama e i tentativi di raccapezzarmici che non sulle tante divagazioni interessanti e anche divertenti che offre a uno sguardo vergine o quasi.
La storia ha un ritmo indemoniato e nonostante metta un sacco di carne al fuoco (o forse proprio perché la mette) riesce a fornire un approfondito affresco del pazzesco universo in cui si svolge, con tutte le sue peculiarità. Il difetto de L’Incal Nero, ma credo che sarà così anche per i prossimi volumi, è che si divora in un lampo e si rimane con la voglia di sapere cosa succederà nel prossimo episodio, oltretutto sapientemente introdotto da Jodorowsky con uno dei suoi “prossimamente” di gusto vintage.
In ultima analisi devo dire che i colori digitali di tal Valérie Beltran (a Fred pesava il culo e ha fatto lavorare sua moglie o sua sorella?) non sono poi così male né hanno un’influenza nefasta sulla resa di stampa.
Vista la mole di proposte che manda in edicola, e soprattutto il fatto che alcune le produce addirittura in prima persona, dubito che la salute della Cosmo sia cagionevole ma immagino che questa serie famosissima ma oggigiorno di non facile o ecomonica reperibilità porterà un bel gruzzolo alle casse dell’editore. Con la speranza che lo investa in altri Cosmo Color, visto che con il varo della collana “bianca” (Prophet) la “rossa” è sparita.

lunedì 13 aprile 2015

PlayModena 2015

Il grande Simone Delladio
Nessun nuovo manuale di Sine Requie quest'anno: lo staff Asterion a ranghi ridotti. Laura Spianelli, Simone Delladio e Leonardo "Leonard Zombie" Moretti

domenica 12 aprile 2015

Ken Parker: Fin dove arriva il mattino



Letto durante il viaggio di andata a Modena, copia recuperata da un amico che si è fatto tutta la collezione. Ad accogliermi due delusioni: il fatidico ultimo episodio non è a colori come mi aspettavo e, cosa assai più grave ai miei occhi, il lettering, i balloon e credo anche i contorni delle vignette sono stati realizzati col computer. A questo mondo non c’è veramente più nulla di sacro – e neanche il refuso “adiaccio” con una sola “d” a pagina 20 è stato un bel biglietto da visita.
Fin dove arriva il mattino è composto da due vicende parallele, una delle quali è un flashback di Ken Parker che comunque si ricollega alla storia portante in più di un punto. La storia principale narra del viaggio che Ken fa in compagnia di alcuni rapinatori che tra le altre cose hanno rapito due donne, madre e figlia, di cui abusano sistematicamente. Un indulto presidenziale ha commutato l’ergastolo di Ken in vent’anni di carcere: da quel poco che posso ricostruire della crolonologia della serie credo che sia uscito da poco dal carcere, che apparentemente è stata un’esperienza devastante in grado di minarne non solo il fisico ma anche lo spirito.
La parte relativa ai ricordi, se ho ben capito, è una rielaborazione del Canto di Natale uscito in edizione extralusso per Spazio Corto Maltese e narra un drammatico episodio della vita carceraria di Ken e della variopinta fauna (non solo i carcerati) che popolava il penitenziario del Montana.
Personalmente ho trovato più interessante questa seconda parte: il ritmo è più sostenuto e incalzante, i personaggi sono originali e per nulla stereotipati (mentre invece tra i banditi c’è pure l’ennesimo predicatore che legge la Bibbia) e la risoluzione della vicenda con la vendetta di Ken è veramente splendidamente architettata.
Con questo non dico che la trama portante sia meno riuscita: semplicemente in quel caso c’è la necessità di far montare l’attesa per fare deflagrare il vero piano di Ken. Credo che Berardi abbia voluto giocare apposta col lettore affezionato che fino all’ultimo non sa se gli anni di prigionia abbiano veramente potuto cambiare così tanto il suo beniamino che apparentemente in questa circostanza non prende le difese dei deboli ma anzi assiste, quasi complice, alla loro umiliazione.
Lo sceneggiatore ha optato per uno stile asciutto ed efficace, in cui bisogna addentrarsi con attenzione nelle vignette e nei loro dettagli per cogliere bene tutta l’azione. In ciò ovviamente si vede la sua passione per il cinema e il tentativo di tradurre su carta piani sequenza e dolly. Tentativo non del tutto riuscito a causa dell’apporto grafico di Milazzo.
I dialoghi sono ridotti ma carichi di significato (e ben venga che Ken ribadisca più volte quanto sia invecchiato visto che non sempre Milazzo, nemmeno nei primi piani, ce lo ricorda) e la battutaccia sul doppio senso di “Lungo Fucile” mi pare una splendida e autoironica chiusura metanarrativa del cerchio in cui il finale si congiunge con l’inizio della saga. Ciò detto, non è che Berardi si sia convertito del tutto all’Esistenzialismo: lo sceriffo Grant, per dire, è tratteggiato come una bravissima persona e spazio per la speranza evidentemente ce n’è ancora. (ok, non proprio visto che crepa impallinato, ma Berardi avrebbe anche potuto non mettercelo uno come lui)
Come forse si sarà già intuito, i disegni di Milazzo non mi sono sembrati all’altezza della storia. O per meglio dire, non credo che lo stile che ha elaborato Milazzo si sposi bene con questa trama e questa ambientazione. È più una questione stilistica che estetica, in definitiva. Anche se pure dal punto di vista estetico...
È innegabile che Milazzo abbia dedicato grande cura e impegno a tirare fuori dei disegni molto elaborati (beh, qualche volta, almeno), e questa ricerca la si coglie nell’evidente stratificazione delle tecniche che ha impiegato: sopra la matita c’è la prima pennellata, poi ce ne sono altre, ma quel disegno non lo convinceva del tutto e allora ecco una passata di tempera bianca a tirare fuori nuove luci in un volto o in un paesaggio. In alcuni frangenti mi ha ricordato nientemeno che Alberto Breccia ma uno stile del genere secondo me sarebbe stato più adatto per qualche storia sulla falsariga di Fantasticheria o Tom’s Bar, non per un fumetto di matrice orgogliosamente popolare come Ken Parker che dovrebbe privilegiare la leggibilità.
Inoltre va detto che queste vignette elaborate (di cui l’ottima qualità di stampa della Mondadori rivela anche le puntinature fittizie dovute al passaggio allo scanner, mortacci loro) convivono con altre in cui i soggetti ritratti sono veramente poco più che schizzati. Le mani, in particolare, sono trattate con una nonchalance disarmante. Forse Hugo Pratt docet e se alla base di certe semplificazioni milazziane ci fosse la sicurezza che comunque un suo pubblico ce l’ha non saprei onestamente dargli torto.
In definitiva l’evento fumettistico italiano del 2015, insieme al Tex di Eleuteri Serpieri, mi è sembrato pienamente soddisfacente sul piano testuale (uniche perdonabili concessioni all’incredulità per obblighi di eroismo popolare: il denutrito Ken in galera ammazza con eccessiva facilità il carceriere Finney e alla fine si becca una pallottola nello stomaco e non batte ciglio) mentre dal punto di vista grafico non è stato proprio deludente ma senz’altro un po’ spiazzante. Forse un tantinello deludente sì.
In merito al finale della saga: tutto sembrerebbe far pensare all’effettiva morte di Ken Parker, persino Luca Raffaelli che lo scrive a caratteri cubitali nella postfazione (i cui rimandi alla storia sono indecisi tra tavole e pagine e uno è proprio sbagliato seppur di poco) esponendo quindi il lettore incauto allo spoilerone. Io resto dell’idea che finché non viene prodotto il certificato di morte ufficiale di un personaggio di fiction non si può essere sicuri della sua effettiva dipartita, e nemmeno in quel caso in fondo si è sicuri di nulla... A mio avviso se un domani Berardi e/o Milazzo e/o qualche erede designato volessero riprendere la saga potrebbero farlo benissimo proprio da qui: a parte il sorgere dell’alba non sappiamo cosa avvenga dopo l’inizio dell’agonia di Ken che potrebbe anche cavarsela in maniera più dignitosa a livello narrativo dei mezzucci che Raffaelli stigmatizza – e anche se si salvasse in qualcuna di quelle maniere non ci troverei nulla di male per un personaggio di matrice popolare.

venerdì 10 aprile 2015

Ma porc...

Quindi posso rompere i coglioni quanto voglio all'edicola dove lo trovavo, tanto non arriverà comunque...

martedì 7 aprile 2015

C'era una volta in Francia 1: L'Impero del Signor Joseph



Per me doveva essere il capolavoro annunciato della RW Lineachiara e quando finalmente è uscito sono rimasto spiazzato nel vedere che i disegni sono irrimediabilmente caricaturali. Ho controllato (e d’altra parte è scritto anche nei cenni biografici del volume stesso): questo Vallée è lo stesso che ha ripreso Gil St André, non mi aspettavo questa virata nel suo stile.
C’era una volta in Francia narra la storia, vera o spacciata per tale, di Joseph Joanovici. Giunto in Francia dopo aver assistito sin da giovanissimo alla brutalità delle persecuzioni sugli ebrei nella natia Romania, Joseph diventa assistente di un ferrivecchi parente di sua moglie ma ne rileverà presto l’attività fondando, grazie alla sua sagacia e alla sua mancanza di scrupoli, l’Impero del titolo.
La vita del protagonista è molto, molto più complessa di quanto appaia in superficie e nel corso degli anni Joseph ha intessuto trame e rapporti con figure che occupano gli estremi della scala sociale, della politica e della Legge. In alcuni casi sarebbe stato opportuno specificare con qualche nota all’edizione italiana a cosa corrispondessero certi organi di governo o certe cariche politiche, che per un lettore del Belpaese potrebbero non essere così lampanti. Oltre che spoileroso, sarebbe difficile riportare tutti i maneggi di Joseph vista anche la frammentazione con cui vengono presentati nel primo dei due episodi qui raccolti (i flashback sono la norma) e il sospetto che si tratti in più di un’occasione di doppi giochi e di relazioni destinate al tradimento o comunque a colpi di scena che le capovolgeranno.
Se ho interpretato bene le intenzioni dello sceneggiatore la struttura data alla serie si presta molto bene alla raccolta in volumi integrali: il primo episodio originale L’Empire de Monsieur Joseph è infatti un excursus introduttivo sulla vita del protagonista mentre dal secondo in poi dovrebbero esserci approfondimenti dettagliati divisi per anni – quelli di Le Vol noir des Corbeaux vanno dal giugno 1940 al luglio 1942.
Il fil rouge della serie, oltre ovviamente alla vita di Joseph Joanovici, sembra essere la caccia che nel corso degli anni gli darà il giudice Legentil, su cui Joseph si è preso indirettamente una devastante ritorsione nel 1947.
Fabien Nury è molto bravo a imbastire una narrazione coinvolgente e il materiale di partenza, vero o inventato che sia, è molto interessante di suo; inoltre sa dare vita con pochi accenni a personaggi a tutto tondo. È innegabile l’influenza del cinema e delle serie televisive (l’azione comincia spesso ex abrupto, alcune scene hanno un’introduzione precedente alla loro collocazione temporale in didascalia, c’è qualche soggettiva in cui l’osservatore parla da fuori campo) ma il meccanismo funziona benissimo anche in questo formato.
Il guaio è che vedere questa tragedia noir interpretata da mascheroni col nasone, la bocca troppo larga e il viso schiacciato riduce drasticamente il suo fascino, almeno ai miei occhi – e per fortuna che i colori digitali si mantengono sul blando, senza rincarare la dose con effettacci. Come regista Vallée è ottimo, prendiamo ad esempio la vignetta conclusiva dell’accordo a pagina 47 in cui ci guida con maestria verso gli elementi chiave e ci permette di capire con che sequenza si sono svolte le azioni dei tre personaggi in scena, ma il tedesco “suicidato” in cella non suscita compassione o raccapriccio ma tutt’al più ilarità col suo mascellone spropositato!
Ovviamente è ancora presto per dare un giudizio su una serie di cui per ora abbiamo visto solo un terzo ma al momento salvo “ravvedimenti” realistici di Vallée mi pare di subodorare che C’era una volta in Francia sia inferiore, almeno dal punto di vista grafico, alle aspettative se non forse (chi vivrà vedrà) un’occasione mancata. Anche se i testi dovessero rimanere di altissima qualità (e non ho motivo di dubitarne), mi chiederò sempre cosa ne sarebbe venuto fuori con un solido disegnatore realistico ai pennelli.