lunedì 8 febbraio 2016

Historica 40 - U-47 1: La Battaglia dell'Atlantico

Che palle, un altro volume di Historica di guerra. Ma vabbè, per evitare ritorsioni da parte della Mondadori, visto che ho già marcato visita con il numero precedente, ho abbozzato e l’ho preso comunque, magari alla fine il fumetto meritava. Non è stato così.
La saga, di cui al momento sono stati presentati i primi 4 volumi (scelta che ha imposto un timone strettissimo e la decurtazione dell’introduzione di Brancato a sole due paginette), ruota attorno al sottomarino del titolo, terrore delle flotte inglesi nel periodo che va dal 1939 al 1941. Intorno a questo pezzo di metallo gravitano le vite di tantissimi personaggi, non solo quelle del personale di bordo ma anche quelle di alcuni ufficiali inglesi, delle donne della Resistenza francese, degli indipendentisti bretoni e di altre figure effimere (come l’estemporaneo meteorologo del terzo episodio, Convogli nell’Artico) che si aggiungono di volta in volta tanto per complicare ancora di più una trama già fittissima.
L’inizio è molto promettente e Mark Jennison sa far montare la tensione con grande efficacia ma ben presto la storia portante si perde nei molteplici rivoli da cui è composta, sicuramente affascinanti per chi ama il genere ma un pochino difficili da seguire per chi come me fa fatica a distinguere le divise e rimane perplesso davanti a ordini come «196 giri per 22 nodi!» o «azimut 280 per 5 miglia!». Di carne al fuoco Jennison ne mette veramente tanta, immagino supportato da una documentazione monumentale, e non faccio nemmeno finta di aver compreso tutto quello che succede in questo fumetto con un sacco di storie parallele e di personaggi che appaiono e riappaiono e occasionalmente cambiano pure bandiera. Sicuramente qualche didascalia mi sarebbe stata utile per inquadrare correttamente molte sequenze, tanto più che i disegni non aiutano: anzi, sono la parte più debole di U-47.
Gerardo Balsa sfoggia uno stile terribilmente freddo e purtroppo anche impreciso, nonostante sia palese l’utilizzo del computer. Non solo le anatomie sono spesso sbilenche o imprecise, ma anche il pannello che si vede nella seconda striscia di pagina 10 è abbozzato malamente. Negli episodi successivi anche lui come tanti altri disegnatori moderni farà ricorso “fortunatamente” a fotografie prese da internet e schiaffate nelle tavole senza curarsi di armonizzarle col resto.
Vista l’età (è del 1974) è quasi giustificabile che di argentino questo disegnatore non abbia nulla, se non qualche vaghissimo riferimento al primo Juan Gimenez (a voler esser molto, ma proprio molto, magnanimi). Anche i colori, ad opera di Nicolas Caniaux, sono quello che sono. Purtroppo questi effettini ed effettacci con cui si cerca di simulare al computer la matericità delle tempere o la trasparenza degli acquerelli alla fine rivelano tutta la loro artificiosità, anche se probabilmente il peggio è quando si ricorre a effetti iperrealisti.
Come avevo preventivato, U-47 è una serie dedicata a chi gode nel farsi sciorinare date e fatti con cui ha già confidenza e nel vedere che i dettagli tecnici sono riprodotti fedelmente senza un bullone fuori posto e non è interessato ad altro, ad esempio a come sono disegnate le donne – peraltro, oltre che talvolta anatomicamente discutibili particolarmente inespressive. Decisamente non il mio genere.
Nessun balloon invertito, questa volta (cosa che avrebbe potuto ravvivare un po’ la lettura), segnalo solo un «fato» invece di «fatto» e la probabile interpretazione errata del termine “Lunette”, che non indica un’amica inesistente di una delle protagoniste ma la piccola lente che frega al suo amante tedesco.
In ultima analisi è innegabile che un bel tomo cartonato come questo, che contiene ben quattro volumi originali francesi stampati su ottima carta pesante, offerto a 13 euro sia un affarone ma io lo vedo più come un “pizzo” da pagare alla Mondadori affinché continui a rifornire ancora di Historica l’edicola dove prendo i volumi della collana.

domenica 7 febbraio 2016

Il Morto 21: Nostra Signora dei Porci

Episodio di ottimo livello per questo numero 21 de Il Morto. Venuto a conoscenza di una taglia di 100.000 euro (!) che pende sulla sua testa e che qualcuno ha già provato a riscuotere senza successo, Peg fugge su un treno merci e con un altro hobo all’amatriciana trova impiego presso una porcilaia gestita da due volitive e piacenti donne, madre e figlia, che raccattano proprio tra i disperati le maestranze per portare avanti l’attività, tra cui scelgono anche qualche fusto che le soddisfi in camera da letto e non solo come dipendente.
Peg e il suo nuovo amico Zeno, già frequentatore del posto, vi capitano proprio quando un simpaticone soprannominato “Machoman” ha fatto una brutta fine per aver avanzato pretese con la padrona Circe Giano, nomen omen.
Nella premiata azienda agricola Giano Peg/Il Morto dovrà vendersela non solo con dei cacciatori di taglie decisi a riscuotere i 100.000 euro ma anche con una congiura degli altri operai, in una vicenda che pesca a piene mani dalla continuity della serie ricollegandosi ad alcuni filoni sospesi che danno la piacevole impressione che ci sia un quadro generale alla base in cui tutti i pezzi stanno andando a posto. E infatti una nuova minaccia post-Zaxan si profila all’orizzonte.
Il sano cinismo a cui ci ha abituati il Ruvo Giovacca migliore (che non esclude dei dialoghi molto brillanti) si manifesta non solo nella delineazione delle due figure femminili molto decise e risolute e alla loro paraculata finale, ma anche nei particolari meno evidenti come la mano del killer che apparentemente sta per prendere nella giacca una pistola che poi diverrà una banconota con cui “oliare” il funzionario delle FF. SS., e soprattutto come lo scontrino che la cassiera batte all’inizio della storia: 80 centesimi contro l’euro e 10 fatto pagare a Peg. Magari è solo una mosca di Dreyer, un particolare estemporaneo nato dalla contingenza, però ci sta benissimo.
Ai disegni Luciano Bernasconi fa un buon lavoro, ma va riconosciuto anche allo Studio Telloli la buona resa che hanno ottenuto integrando i suoi disegni ruspanti e carichi di neri con i soliti sfondi e dettagli realizzati al computer.
In appendice una storia di H. W. Grungle ben disegnata da Laura D’Allura. Anche se il colpo di scena finale è prevedibile rimane comunque una piacevole lettura.
Straniante ma efficace la copertina parzialmente fotografica: immagino che la pin up che vi compare sia amica o fidanzata di qualcuno della Menhir.

sabato 6 febbraio 2016

Ultimate Comics: Spiderman 36 - Ultimate End 1

Come coda a quanto scritto finora sulle miniserie legate all’eventone Secret Wars parlo un attimo di Ultimate End – nel frattempo ho letto anche il secondo numero di Planet Hulk che ha confermato le mie impressioni positive pur presentando episodi fisiologicamente interlocutori. Io sono sempre stato affezionato all’universo Ultimate, o almeno ad alcune sue parti (ho letto solo incidentalmente gli X-Men e l’Uomo Ragno in questa versione): sarà perché l’impatto degli splendidi Ultimates di Millar e Hitch è stato enorme, sarà perché non avendo la zavorra di tutta la continuity dell’universo Marvel classico era più facile da avvicinare, sarà perché nell’ultimo periodo era evidente che fosse stato abbandonato a se stesso e nonostante le buone idee del rilancio targato “Ultimate Comics” nessuno se lo filava.
Ciò detto, e considerando che quanto scrivo è filtrato appunto da un certo affetto per questo universo che (pare) dovrebbe morire sul serio, non mi è dispiaciuto questo primo assaggio di Ultimate End, in cui un mix di personaggi provenienti dai due universi (simpatica l’idea di mantenere il diverso lettering a seconda del mondo di appartenenza degli eroi – quelli Ultimate “parlano” in corsivo) provano a cercare un modo per chiudere la faglia che pensano essere alla base della collisione degli universi. Il guaio è che Dio Destino se ne accorge e comincia a comminare severe punizioni per mano dei suoi Thor-poliziotti. L’entrata in scena di due Hulk in lotta potrebbe rappresentare un buon diversivo visto che il loro scontro prelude a un’evasione di massa dal Raft. Anche se a quanto pare sarà il Punitore Ultimate ad avere un ruolo fondamentale in questa storia.
Essendoci Brian Michael Bendis ai testi la storia si dipana molto lentamente e si sfilaccia in vari rivoli con scenette concluse in sé non sempre indispensabili all’economia della storia ma occasionalmente utili ad approfondire certi aspetti della storia o le motivazioni dei personaggi e comunque scritte bene, meglio di quanto abbia fatto in Vecchio Logan.
Mark Bagley disegna meglio di quanto ricordassi, anche se nel primo capitolo fa una figura migliore rispetto al secondo (gli occhioni sproporzionati di Gwen Stacy…), probabilmente grazie a un inchiostratore bravo – Scott Hannah viene indicato anch’egli come “disegnatore” ma immagino che si siano sbagliati e Hannah ha fatto solo da inchiostratore. Anche Cristiano Grassi ha preso un granchio: la miniserie Spider-men era stata disegnata da Sara Pichelli e non da Mark Bagley come riportato nelle note finali. E francamente non mi sembra che l’incontro tra Gwen Stacy e zia May Ultimate con Peter Parker classico necessiti di tutto il costrutto concettuale che elabora Grassi per spiegare i loro dialoghi.

venerdì 5 febbraio 2016

Sì, ok, l'album e tutto, ma...

(intendo questo)
...ancora non sono venuti fuori gli originali realizzati appositamente dai disegnatori? Se non sbaglio erano 100, eppure non ne ho trovato traccia in giro su internet. Credo che più di qualche fortunato, ormai, ne abbia rinvenuto uno: possibile che nessuno pubblicizzi questi rinvenimenti fortunati?
O forse ho cercato male io, se qualcuno ha qualche indirizzo da darmi...

martedì 2 febbraio 2016

Fumettisti d'invenzione! - 95



Mi permetto di integrare il divertente e interessantissimo volume di Alfredo Castelli con altri “fumettisti d’invenzione” e simili.
In grassetto le categorie in cui ho inserito la singola segnalazione e la pagina di riferimento del testo originale.

[TELEVISIONE] CARTOONIST COME PROTAGONISTA (pag. 113)

FAMILY GUY (I Griffin, Italia 1)
(USA 1999-2002 e poi dal 2005 [in corso], 14 stagioni, 258 episodi)
Sitcom, Fox, creato da Seth McFarlane

Più corrosiva e spinta dei Simpsons, la serie presenta un’altra famiglia disfunzionale con un capofamiglia beone e tontolone, Peter Griffin, e dei pittoreschi personaggi di contorno.

Episodio The Simpsons Guy (2014)
Scritto da Patrick Meighan.
Episodio speciale dalla durata doppia. Deluso dalle strip che compaiono sui quotidiani Peter si improvvisa vignettista con buoni riscontri di pubblico. Però i contenuti maschilisti della sua serie For Pete’s Sake (Porca Puttana! nella versione italiana) lo costringono a fuggire insieme alla famiglia a causa delle polemiche che ha suscitato. Giungeranno nientemeno che a Springfield, dove avranno un crossover con i Simpson!

[ALTRI MEDIA] TEATRO (pag. 133)

KING KIRBY
(USA 2014)
Commedia di Crystal Skillman e Fred Van Lente

Opera biografica dedicata alla vita di Jack Kirby, interpretato da Steven Rattazzi.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
METAFUMETTI E AUTOREFERENZIALITA’ (pag. 64)

IL CONTE DI PIOMBO
(Italia 1973, in PantaLinus, © Sapia, surreale)
Hector Juan Sapia

Fumetti surreali in cui il conte di piombo del titolo (quasi mai disegnato ma principalmente fotocopiato da un’immagine preesistente) osserva o prende parte con riluttanza a vicende che incarnano gli stereotipi della narrativa popolare.
L’episodio pubblicato su Alter Alter 9 del 1978 è probabilmente quello più metanarrativo, con un uso originale della gabbia delle tavole come elemento di scena e frequenti superamenti della quarta parete.

Fuori tema: fumettisti non d’invenzione: citazioni, caricature, camei; fumetti biografici; metafumetti e autoreferenzialità; parodie
CITAZIONI, CARICATURE, CAMEI (pag. 61)

UN VUOTO INCOLMABILE
(Italia 2015, © Dado/Albo/Daccò/Shockdom srl, supereroi, parodia)
Daniele Daccò (T), Dado [Davide Caporali] (D)


Nell’universo alternativo in cui è ambientata questa serie la redazione del portale Orgoglio Nerd è trasfigurata in un gruppo di supercriminali. Monica “Onigiri Calibro 38” Fumagalli indaga sui progetti della Bandage Corporation mentre vari flashback, in cui compare spesso Daniele “Rinoceronte” Daccò, svelano il mondo in cui si svolgono queste storie, in cui fumettisti famosi sono presenti con altre professioni.
Al momento hanno avuto camei o citazioni Roberto Recchioni (un genetista), Silvia Ziche e Leo Ortolani (entrambi giornalisti).

sabato 30 gennaio 2016

Programma Extinzione 1 - Vecchio Logan 1

Arieccoci.
Ero un po’ preoccupato per la Marvel, perché se parecchie proposte Secret Wars mi stanno aggradando non credo che il lettore Marvel medio le apprezzi. L’ultima infornata mi ha tranquillizzato sulle sorti della Casa delle Idee.
Programma Extinzione riprende la solita saga epocale degli X-Men dandole un twist differente e diventando quindi l’ennesimo What If. In questa versione della storia Wolfsbane, Havoc e il Capo Magistrato Anderson cercano di dare una parvenza di governo alla devastata isola di Genosha sprofondata nel caos. A supportarli c’è un gruppo di altri mutanti più o meno conosciuti ma l’impresa di contenimento delle folle si rivela sempre più ardua, tanto più che è in corso un’epidemia (e l’isola di Genosha è quindi in quarantena) e cominciano a scarseggiare i generi di prima necessità. La fredda e razionale baronessa Jean Grey, consigliata da un Bestia dalla logica spietata, si rifiuta di intervenire con maggiore incisività nel disastro di Genosha e quindi i protagonisti decidono di prendere in mano la situazione e tentano il rapimento di un mutante con poteri curativi e di Rogue, che dovrebbe duplicare i poteri del primo.
I testi di Marc Guggenheim sono professionali ma nulla di più, senza sbalzi troppo creativi ma nemmeno senza battute fuori luogo; la storia si fa leggere ma non mi ha entusiasmato, probabilmente perché non conosco la saga originale con cui ha moltissimi punti di contatto. Belli invece i disegni di Carmine di Giandomenico, statuari ma dinamici. Peccato che la stampa non gli abbia sempre reso giustizia e che anche lui debba sottostare ai dettami puritani dei comics USA, così all’inizio della vicenda gli è toccato industriarsi con creatività per coprire i capezzoli di Wolfsbane.
Punta di Freccia è una storiellina in cui viene spiegato perché la Kate Bishop di 1602 (credo) finisce a fare la guardiana presso lo Scudo. La scelta di inserire questa short story è dovuta al fatto che la Bishop fa una comparsata nella miniserie Assedio che viene pubblicata poco dopo, ma potevano anche risparmiarsela visto che la sua apparizione è veramente fugace (e sembra un altro personaggio perché parla in maniera diversa) e la storia non è granché. I testi di Pru Shen non entusiasmano, e d’altra parte Punta di Freccia è solo un’introduzione senza pretese, e i disegni un po’ manga/caricaturali di Ramon Bachs sono bruttarelli.
Il piatto forte di questo numero, Assedio (che riprende, ma stavolta solo di nome, l’eventone omonimo), non è stata una lettura facile. I disegni storti e sgraziati di Filipe Andrade, che sembra oltretutto aver buttato giù quegli sgorbi in fretta e furia, a volte non sono nemmeno sufficientemente chiari da capire cosa rappresentano, soprattutto nelle prime tavole. Anche i testi di Kieron Gillen sono un pochino ermetici ma non è quello il punto debole di Assedio: con dei disegni decenti sarebbe stato forse vagamente godibile. Abigail Brand viene mandata sullo Scudo dopo atti di insubordinazione eseguiti apposta per farsi assegnare all’ultimo avamposto di Battleworld e organizzare così l’agognata vendetta per i tragici eventi in cui fu coinvolta quando aveva 9 anni. In Assedio rivediamo tra l’altro la Miss America defenestrata dall’A-Force. La trama si dipana placida e indolente tra flashback e flashforward il cui senso verrà spiegato sperabilmente nei prossimi episodi, frammisti a lacerti del diario della Brand (disegnati splendidamente da James Stokoe e Jorge Coelho), che soffocano ancora di più il ritmo: il succo rimane solo mostrare quanto è tosta la protagonista e presentare la nuova recluta assegnata a guardia dello Scudo, nientemeno che Kang il Conquistatore! Con l’espediente non originalissimo del paradosso temporale (un Kang già in servizio appare dal nulla per anticipare cosa succederà) viene profetizzata la caduta dello Scudo, la cui distruzione è prevista tra 20 giorni per mano di Thanos. Una protagonista antipatica e un cast poco interessante non contribuiscono ad affezionarsi alla miniserie.
In appendice viene proposta L’Era di Apocalisse, e qui sono guai forse anche peggiori. A disegnare questa miniserie c’è infatti tal Gerardo Sandoval, emulo di Humberto Ramos che riesce a fare addirittura peggio del “maestro”. Probabilmente queste tavole sono una gioia per gli occhi di chi ama questo stile deformed e/o di chi è un nostalgico della saga originale, io ho provato veramente una sensazione di fastidio a scorrere quelle pagine ma seppur a intervalli di poche tavole per volta sono riuscito ad arrivare fino alla fine, in ottemperanza ai doveri ai quali sono tenuto nei confronti dei lettori del blog. La cosa sarcastica è che la storia in sé meriterebbe pure. Il barone En Sabah Bur alias Apocalisse sguinzaglia i suoi sgherri in giro per la Terra Selvaggia (ma come? Non è vietato oltrepassare i confini del proprio dominio? Questo Apocalisse deve avere appoggi molto in alto) per catturare il mutante Douglas Ramsey, quello in grado di capire tutti i linguaggi, che gli X-Men cercano invano di difendere anche a costo della vita. Il bello è che Ramsey, novello messia mutante che dovrebbe rovesciare la tirannia di Apocalisse, manco capisce il motivo per cui è tanto importante – cosa che oltretutto gli permette di non rivelare alcunché sotto tortura, proprio perché non sa cosa dire. La storia di Nicieza non è particolarmente originale o ben congegnata ma sfruttando un canovaccio abusato riesce a catturare il lettore con un ritmo coinvolgente per cui dopo un inizio col botto si comincia a dipanare la trama. Se non fosse per quei maledetti disegni, dannazione…
Nell’introduzione Marco Rizzo sottolinea quanto questa testata sia fondamentale nell’economia di Secret Wars per la presenza di Assedio. Gli credo sulla fiducia, io mi fermo qui.
Nemmeno Vecchio Logan mi ha convinto. In 32 pagine Brian Michael Bendis ha saputo tirare fuori solo la sua proverbiale lunga chiacchierata seguita da un combattimento lungo 10 tavole e poi il rinvenimento di una testa di Ultron che apre nuovi scenari. È vero che Bendis si apprezza più per lo stile spumeggiante dei suoi dialoghi che per la densità dei contenuti, ma qui non è riuscito a strapparmi nemmeno un sorriso. È stato efficacissimo nel descrivere il mondo desolato in cui si muove il protagonista, dove degli schiavi liberati sono talmente abbrutiti da non concepire nemmeno l’idea della libertà, ma in fondo lo stesso Mark Millar che ha creato questo universo ne aveva dato già una rappresentazione molto efficace. La storia termina poi con un tremendo anticlimax, per cui non c’è il consueto cliffhanger ma sembra che l’azione sia lasciata a metà proprio mentre il Vecchio Logan comincia a scalare il muro dello Scudo alla ricerca dell’origine della testa di Ultron (dai credits in seconda di copertina risulta comunque che il primo episodio della serie sia questo, non sono “uno e mezzo” come ho pensato in un primo momento). I disegni di Andrea Sorrentino, inoltre, non mi sono piaciuti – o per meglio dire ho fatto difficoltà a leggerli: sembrano (e alcuni forse sono) delle fotografie sovraesposte e i contrasti fortissimi rendono poco chiari certi dettagli appesantendo le tavole. Non si può negare che il lavoro di Sorrentino abbia dei risvolti artsy e quindi un suo fascino (anche se mi pare che Jae Lee facesse cose simili già vent’anni fa) ma il risultato è troppo freddo per i miei gusti.
A integrare la serie portante in questa prima uscita del mensile c’è una storiellina umoristica di Ivan Brandon e Aaron Conley. In realtà non è proprio umoristica e la si può a stento definire persino una storia: in pratica è una rassegna di varie versioni di Wolverine che interagiscono senza una trama a legarle – nessuna che io sia riuscito a identificare, almeno. Se il giudizio sui testi è sospeso vista la loro effettiva assenza, riconosco che i disegni sono molto curati e a illustrare una storia adatta (cioè comica) farebbero la loro figura.
Credo che la ricognizione delle testate Secret Wars termini qui, fatti salvi eventuali altri volumi compilativi, visto il disinteresse o il disprezzo che nutro per i personaggi delle altre testate coinvolte (Spider-Man, Deadpool e i Guardiani della Galassia).

mercoledì 27 gennaio 2016

Planet Hulk 1 - Inferno - Anni di un Futuro Passato 1

Ormai ho preso gusto a esplorare il mondo di questo eventone Marvel a metà strada tra Ravenloft e Beautiful. E l’ultimo materiale letto si è rivelato migliore di quello precedente.
Planet Hulk ospita due serie: la titolare è ambientata in un mondo selvaggio e pericolosissimo che pullula di vita modificata dai raggi gamma. Praticamente anche gli animali hanno la loro versione hulkesca! Qui un Capitan America venuto da chissà dove è l’idolo delle folle insieme al suo tirannosauro rosso e come gladiatore di successo riesce ad avvicinare il padrone dell’arena (“killiseum”) Arcade, uno dei villain più ridicoli mai ideati, e ad attentare alla sua vita. Destino, onnipotente e onnisciente (ma un po’ afono: fa parlare lo “sceriffo” Strange in sua vece, evidentemente nasconde qualcosa), stufo dei colpi di testa di Steve Rogers, gli offre la possibilità di recuperare l’amico e vecchio compagno di lotta Bucky Barnes in cambio della sottomissione della tribù del “Regno del Fango” retta da un Hulk rosso, presso cui Bucky dovrebbe essere tenuto prigioniero.
L’ambientazione fantasy/apocalittica è accattivante e mi ha ricordato Dark Sun; inoltre i disegni di Marc Laming sono veramente belli: in particolare i volti sono disegnati in maniera molto efficace ed espressiva.
La foliazione più consistente di Planet Hulk è dovuta a una storia breve presente nell’albo originale, in cui Greg Pak e Takeshi Miyazawa raccontano le “origini segrete” delle Terre Verdi, il dominio dove è ambientata questa miniserie. Sembra quasi che l’abbiano realizzata per timbrare il cartellino, come un dovere nei confronti del lettore. Nulla di particolarmente entusiasmante ma nemmeno brutto.
In appendice Planet Hulk presenta l’altra miniserie Futuro Imperfetto, che ovviamente riprende la miniserie omonima. La mutante Ruby Summers, dalla pelle di quarzo rubino, gironzola nel dominio di Dystopia con l’intenzione di destabilizzare il despota Maestro (versione invecchiata e bastarda di Hulk/Bruce Banner) e durante un viaggio di esplorazione rinviene sul suo cammino nientemeno che Odino, padre degli dei norreni, ferito e bisognoso di cure. La storia procede in maniera abbastanza classica e prevedibile con la presentazione delle altre versioni di supereroi Marvel che aderiscono alla congiura, finché la vecchia volpe Peter David rivela chi è in realtà l’ospite di Ruby: a questo punto la storia decolla, tanto più che i dialoghi migliori David se li è risparmiati per la fine. Come al solito i disegni di Greg Land risultano un po’ freddini nel loro essere ostentatamente dei ricalchi da immagini di fotomodelle, ma sono comunque un bel vedere. Da notare che il Leisten probabilmente suo inchiostratore non viene citato nei credits dell’episodio, mentre Nolan Woodard a causa del font impiegato sembra che abbia fatto il “colon” invece che i “colori”.
Insomma, se Hulk spacca la sua testata spicca tra le altre proposte Secret Wars.
La miniserie Inferno è stata invece presentata nella collana X-Men Deluxe, che come tutte le testate Deluxe della Panini lo è solo di nome visto che la carta e la rilegatura peggiori vengono riservate a queste testate, con i conseguenti problemi di stampa e minore godibilità dei fumetti offerti. In questo What If si immagina che Peter Rasputin/Colosso non sia riuscito a salvare la sorella Illyana come accadeva nel ciclo originale, e adesso Manhattan è minacciata dal nuovo Empire State Building tramutato nella cittadella dei demoni che per fortuna è separata dal resto della città da un campo di forza. Una volta all’anno, in occasione dell’anniversario della ritirata di fronte al nemico, Colosso si concede un assalto alla roccaforte demoniaca insieme a una squadra di X-Men nel tentativo disperato di salvare la sorella ormai corrotta fino al midollo e tramutata nella Figlia della Tenebra. I cinque capitoli originali vanno avanti a forza di colpi di scena, ammazzamenti (o presunti tali) truculenti e altre due fazioni che si uniscono alla lotta e contribuiscono a movimentare la trama. I testi di Dennis Hopeless non sono malaccio, anche se spesso alcune battute che vorrebbero essere divertenti mi sono sembrate fuori luogo. Diciamo che Inferno mi è parsa la proverbiale storiellina di supereroi senza infamia e senza lode, tanto fumo e poco arrosto e con un finale un po’ insipido che vorrebbe rilanciare il tutto.
Ho apprezzato molto (veramente molto) di più i disegni di Javier Garrón, un cesellatore scrupolosissimo a cui si perdonano volentieri le derive grottesche, tanto più che sono espressive e ben si adattano a raffigurare demoni e creature varie. È stato veramente piacevole abbandonarsi a cogliere i vari dettagli delle sue ricchissime tavole e identificare i molti personaggi che vi fanno una comparsata mentre si dispiega l’azione. Poi è anche vero che vedere le diavolesse nude senza capezzoli mi fa sentire un idiota a comprare queste boiate per ragazzini, ma sapevo a cosa andavo incontro. Purtroppo Garrón ha subito il trattamento “Deluxe” e soprattutto verso la fine sono presenti fuori registro e tavole doppie di limitata fruibilità senza fare a pezzi il volumetto. Per fortuna il colorista Chris Sotomayor ha optato per una tavolozza bella squillante, altrimenti con la carta utilizzata si sarebbe visto poco o nulla.
Veniamo quindi ad Anni di un Futuro Passato. La serie titolare riprende il celebre (diamine, lo conosco pure io) ciclo narrativo di Giorni di un Futuro Passato e agli ingredienti di partenza, cioè la distopia mutantofobica in cui la repressione è ormai indiscriminata e si estende a tutti i supereroi, aggiunge i figli di Kitty Pryde e di Wolverine. Questo primo episodio stenta a decollare e si dilunga a descrivere l’ambientazione, un mondo oppresso e desolato in cui sta per passare una riforma dell’Atto per il controllo dei mutanti, proprio mentre il nucleo storico dei mutanti sta per riuscire a liberarsi dei collari inibitori. La sceneggiatrice Marguerite Bennett si riscatta però sul finale mostrando come sia i mutanti che i sostenitori del Presidente Kelly abbiano capito che l’immagine è tutto ed entrambi ordiscono delle messinscene per accaparrarsi il gradimento del pubblico televisivo! Siamo appena all’inizio ma un po’ di curiosità mi è venuta. Non so bene come inquadrare i disegni di Mike Norton, sospesi tra il classicismo e lo scarno.
E come Estinzione è ovviamente l’emanazione della gestione di Grant Morrison degli X-Men e ne riprende i personaggi più teratologici oltre che, mi pare, anche l’ideologia: si veda la contrapposizione tra le celebrità mutanti giovani e festaiole e la vecchia guardia imbolsita. Nei fatti le venti paginette scritte da Chris Burnham sono solamente una presentazione delle premesse della miniserie e dell’ambientazione (a Mutopia le coppie bramano il gene X per competere con i figli mutanti dei vicini di casa, altro che discriminazione), con un po’ d’azione solo all’inizio. Ciononostante mi ha catturato e sono curioso di leggere il seguito.
Ramon Villalobos ha fatto un ottimo lavoro ai disegni, elaborando uno stile senz’altro debitore di quello originale di Frank Quitely ma in modo da sembrare comunque personale e coniugando senza particolari traumi mainstream e underground (ma propendendo di più per il secondo).  Curiosamente ho notato che le sue tavole sono state penalizzate da una qualità di stampa non ottimale mentre il resto dell’albo non ha gli stessi problemi. Probabilmente la cosa è dovuta alla qualità dei materiali di stampa originali.
A chiudere Anni di un Futuro Passato c’è un’altra serie “finta Secret Wars”, cioè la precedente ongoing di Magneto arrivata al diciottesimo episodio. Qui l’elemento della collisione dei mondi è parte fondamentale della trama ma assume contorni ridicoli (e rivelatori della politica commerciale dei mega-eventi che non guardano in faccia a nessuno) visto che compare di colpo sulla scena a interrompere un dialogo pieno di pathos tra papà Magneto e sua figlia Polaris, evidente retaggio della precedente storyline. Magneto proverà coi suoi poteri a contrastare l’“incursione” definitiva andando col ricordo ai precedenti incontri con Namor. Solito cliffhangerone alla fine, praticamente identico a quello visto poche pagine prima nelle ultime tavole della miniserie titolare. Decisamente troppo poco per entusiasmarsi, anche perché i disegni di Paul Davidson non sono memorabili e pur partendo da una base realistica finiscono nello sketchy. Oltretutto ha raffigurato Magneto come un pugile col naso rotto, ma quello è il meno: Davidson ha pure il viziaccio di riciclare la stessa identica inquadratura di tre quarti per i volti dei personaggi femminili, manco fosse Jean-Yves Delitte.
Per un personaggio della levatura di Magneto mi sarei aspettato qualcosa di più incisivo.